
Davvero splendida quest’idea di Ali Asgari e Alireza Khatami che, senza mostrare l’interlocutore “oppressore” (un fanatico religioso, un rozzo burocrate, un manager con mire sessuali…) si concentrano esclusivamente sulle espressioni e la parola della vittima di turno, oscillando sempre tra il grottesco, il tragico e il paradossale. Inquieta il riflettere sul fatto che alcuni episodi, scevri da contaminazioni religiose, potrebbero verificarsi quotidianamente anche da noi (per gli altri, forse basta aspettare…). Finale clamoroso, specie se si è misantropi.
Un pensiero su “KAFKA A TEHERAN”