
Davvero splendido questo titolo d’esordio di Amarsaihan Balžinnâmyn, che racconta una storia semplice con leggerezza e poesia, sfruttando al meglio gli incredibili paesaggi della steppa (ora capisco perché i CSI ne restarono così colpiti da trarne ispirazione per il loro album più celebre) e l’ottimo cast. Forse il più “alieno” dei paesi terrestri, dove la differenza tra l’ultramoderna Ulan Bator e il verdeggiante nulla delle praterie, saltuariamente interrotto da qualche iurta, è stridente, la Mongolia affascina e stupisce e si dimostra perfetto sfondo per narrare il perenne contrasto tra vecchio e nuovo, passato e presente, tradizioni e modernità.