L’ULTIMA LUNA DI SETTEMBRE

Mongolia, oggi. Un uomo fa ritorno dopo anni al suo villaggio natale nelle steppe per assistere l’anziano padre malato. Dopo la sua morte, decide di restare fino al raccolto e fa amicizia con un ragazzino, mollato dalla madre, che lavora in città, ai nonni. Tra i due si creerà un rapporto padre/figlio destinato però a finire nel giro di poche settimane…
Davvero splendido questo titolo d’esordio di Amarsaihan Balžinnâmyn, che racconta una storia semplice con leggerezza e poesia, sfruttando al meglio gli incredibili paesaggi della steppa (ora capisco perché i CSI ne restarono così colpiti da trarne ispirazione per il loro album più celebre) e l’ottimo cast. Forse il più “alieno” dei paesi terrestri, dove la differenza tra l’ultramoderna Ulan Bator e il verdeggiante nulla delle praterie, saltuariamente interrotto da qualche iurta, è stridente, la Mongolia affascina e stupisce e si dimostra perfetto sfondo per narrare il perenne contrasto tra vecchio e nuovo, passato e presente, tradizioni e modernità.

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