L’ULTIMA LUNA DI SETTEMBRE

Con L’ultima luna di settembre (Harvest Moon), il regista e attore mongolo Amarsaikhan Baljinnyam firma un esordio sorprendente per sensibilità e maturità espressiva, realizzando un’opera profondamente radicata nella cultura della Mongolia ma capace di parlare un linguaggio universale. Tratto dal romanzo Tüntüülej di Bum-Erdene, il film affronta temi come il lutto, l’abbandono e la genitorialità attraverso una narrazione essenziale e delicata, lontana dalle convenzioni melodrammatiche del cinema occidentale contemporaneo. Ambientato nelle immense distese della provincia dell’Hentij, il racconto si apre con il ritorno di Tulgaa al villaggio natale dopo aver appreso delle gravi condizioni di salute del padre adottivo. L’uomo, che da tempo vive in città, assiste il genitore negli ultimi giorni di vita e promette alla comunità di completare la raccolta del fieno entro la fine di settembre. È durante questo periodo che incontra Tüntüülej, un bambino cresciuto dai nonni dopo essere stato abbandonato dalla madre. Da questo incontro nasce il cuore emotivo del film: una relazione che lentamente si trasforma in un legame padre-figlio costruito non sul sangue, ma sulla condivisione delle stesse ferite. Entrambi sono infatti accomunati dall’assenza di una figura paterna biologica e dal bisogno di trovare un luogo affettivo a cui appartenere. Dietro la semplicità del racconto si nasconde anche una riflessione sociale molto attuale. Il film affronta infatti il fenomeno dell’abbandono delle campagne e della migrazione verso le città, una trasformazione che interessa profondamente la Mongolia contemporanea. Tüntüülej rappresenta una delle tante vittime indirette di questo processo: un bambino lasciato indietro mentre gli adulti inseguono opportunità economiche altrove. Attraverso il suo sguardo, il film interroga il prezzo umano del progresso e il rischio di perdere legami, tradizioni e identità comunitarie. Il film evita qualsiasi soluzione consolatoria e conduce verso un finale amaro e aperto, nel quale il protagonista è chiamato a scegliere tra il richiamo della città e il legame ritrovato con il villaggio. Proprio questa ambiguità finale rappresenta uno degli elementi più riusciti dell’opera. Baljinnyam non offre risposte semplici né indulge in facili sentimentalismi. La distanza tra il mondo urbano e quello rurale appare forse incolmabile, così come il conflitto tra appartenenza e desiderio di cambiamento. Ciò che resta è la consapevolezza che alcuni incontri possono modificare profondamente una vita, anche quando non riescono a cambiarne completamente il destino. L’ultima luna di settembre è dunque un film di straordinaria autenticità, una piccola poesia cinematografica che attraverso la semplicità dei suoi gesti racconta temi universali come l’amore familiare, la perdita e il bisogno di appartenenza. Un’opera capace di trasformare la steppa mongola in un luogo dell’anima e di ricordare quanto i legami scelti possano essere forti quanto quelli ereditati.

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