ODDITY

Un anno dopo la morte violenta della sorella gemella, Dani, avvenuta in una villa fuori città, Darcy, cieca e capace di comunicare con l’aldilà, si reca sul luogo del delitto, dove vivono il cognato e la sua nuova compagna, alla ricerca della verità…
Originale di mix tra horror, melodramma, assurdo e grottesco, Oddity rivela il talento del regista e sceneggiatore Damian McCarthy (il precedente Caveat onestamente non è era memorabile), che punta tutto su pathos e suspense, alternando momenti assolutamente WTF ad altri più lirici ed eleganti. La ricerca della verità coincide inevitabilmente con la ricerca della vendetta. Nei film di McCarthy la vendetta non rappresenta mai soltanto una pulsione emotiva: è il meccanismo che permette di svelare ciò che è nascosto e di ristabilire una forma di giustizia. I suoi mondi sono sempre attraversati da un male sotterraneo, banale nelle motivazioni ma devastante nelle conseguenze. I colpevoli agiscono spesso per egoismo, meschinità o semplice crudeltà, mentre le vittime vengono trascinate in un percorso che trasforma il dolore in necessità di conoscenza. In Oddity questa dinamica raggiunge una particolare raffinatezza narrativa, perché ogni rivelazione genera nuove domande e ogni gesto di vendetta contribuisce a far emergere un livello più profondo della verità. Poche location, quasi nessuna scena in esterni, per un film che sembra quasi un’opera teatrale, ben recitata dalla coppia Carolyn Bracken (alle prese con un doppio personaggio) e Gwilym Lee. Il regista irlandese possiede una rara capacità di dilatare il tempo, accumulare inquietudine e liberarla nel momento esatto in cui lo spettatore non può più sottrarsi. Ne deriva un cinema profondamente classico nella concezione della paura, ma al tempo stesso personale e sorprendentemente moderno, capace di reinventare continuamente i meccanismi del genere senza mai tradirne l’essenza. Finale amabilmente beffardo.

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