TRIANGLE OF SADNESS

Con Triangle of Sadness, Ruben Östlund porta alle estreme conseguenze la sua satira sociale, costruendo una commedia grottesca e feroce che prende di mira le disuguaglianze economiche, il culto dell’apparenza e le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Dopo opere come Forza maggiore e The Square, il regista conferma il proprio interesse per i comportamenti umani e per le ipocrisie che regolano i rapporti di potere, scegliendo ancora una volta il sarcasmo e l’eccesso come strumenti di critica.
La struttura del film è divisa in tre capitoli distinti che funzionano come altrettanti esperimenti sociali. Nella prima parte Östlund osserva il mondo della moda e degli influencer attraverso la relazione tra Carl e Yaya, due giovani modelli la cui vita ruota attorno all’immagine, ai social network e al denaro. Attraverso dialoghi brillanti e situazioni apparentemente banali, il regista mette subito in evidenza come ogni rapporto umano sia condizionato da dinamiche economiche e gerarchie invisibili.
Il cuore del film è però la lunga sezione ambientata a bordo di uno yacht di lusso popolato da milionari, oligarchi, trafficanti d’armi e influencer invitati gratuitamente in cambio della loro visibilità online. Qui Östlund scatena tutta la propria vena satirica, trasformando la nave in una miniatura della società contemporanea, dove una ristretta élite vive in una dimensione completamente separata dalla realtà e pretende che ogni desiderio venga soddisfatto all’istante.
L’apice di questa rappresentazione arriva durante la celebre cena in mezzo alla tempesta, una sequenza che unisce comicità fisica, satira politica e caos surreale. Tra passeggeri colti da violenti malori, bagni che esplodono e liquami che invadono gli spazi del lusso, Östlund demolisce simbolicamente il mondo dei privilegiati, mostrando come ricchezza e status sociale diventino irrilevanti di fronte alla vulnerabilità del corpo umano. È una scena che richiama tanto il cinema di Luis Buñuel quanto quello di Marco Ferreri, trasformando il disgusto in uno strumento di critica sociale.
Particolarmente riuscito è il confronto tra il capitano marxista interpretato da Woody Harrelson e il magnate russo arricchitosi con il commercio di fertilizzanti. Attraverso un assurdo scambio di citazioni politiche e ideologiche, il film ridicolizza tanto il capitalismo sfrenato quanto le grandi narrazioni ideologiche del Novecento, mostrando come entrambe appaiano svuotate e impotenti davanti alla realtà contemporanea.
Nell’ultima parte, ambientata dopo il naufragio dei protagonisti, il film ribalta le gerarchie sociali costruite fino a quel momento. Chi occupava le posizioni più basse nella scala del prestigio acquisisce improvvisamente potere grazie alle proprie competenze pratiche, mentre i ricchi si rivelano incapaci di sopravvivere senza il lavoro altrui. Sebbene questa sezione risulti meno incisiva e più ripetitiva rispetto alle precedenti, consente a Östlund di completare la sua riflessione sulla natura arbitraria del potere e sulle dinamiche di dominio che caratterizzano ogni comunità umana.
Al di là della provocazione e dell’umorismo spesso volutamente volgare, Triangle of Sadness è un film profondamente politico. Il bersaglio principale non è soltanto l’estrema ricchezza di pochi individui, ma l’intero sistema di valori che rende possibile e accettabile una simile concentrazione di privilegi. Il regista suggerisce che tutti, ricchi e poveri, vincitori e subordinati, partecipano in qualche misura allo stesso gioco, condividendo desideri, ambizioni e modelli di successo.
Vincitore della Palma d’Oro, Triangle of Sadness si impone come una delle satire sociali più feroci e divertenti degli ultimi anni. Pur eccedendo talvolta nella reiterazione del proprio messaggio, il film colpisce per la libertà con cui affronta temi scomodi e per la capacità di trasformare il disgusto, il grottesco e la comicità in strumenti di riflessione politica. Il mondo che descrive appare assurdo, volgare e profondamente ingiusto, ma proprio per questo straordinariamente riconoscibile.
IN DEN WOLKEN!

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