Asciutta, talvolta ironica e laicissima riflessione sulla Morte e quello che arriva poco prima, da parte di un Almodovar lucido e sincero, che oramai da anni “non sbaglia un film”, e sfrutta appieno la grandiosa performance di una Swinton in stato in grazia e di un’ottima Moore, stavolta valida spalla. Melodramma umano mai ricattatorio o lacrimevole, immerso nella luce e nei colori degli oggetti, della natura, dei vestiti, molto “meta” (le citazioni cine-artistic-musical-letterarie non si contano, a cominciare dall’immenso finale di Gente di Dublino, per inciso uno dei migliori testi mai scritti sul tema, imho) e argutamente feroce contro religione e ignoranza diffusa. Certo, come faceva dire ad uno straripante André Dussollier il collega Ozon nell’altrettanto splendido Tout s’est bien passé “Come fanno i poveri a morire?” anche i personaggi di Almodovar possono permettersi un prefinale morbido perchè effettivamente, sì, morire e brutto e scegliere scientemente di farlo problematico, ma farlo senza soldi è pure peggio…