
Il secondo progetto “bellico” dei co-registi Alex Garland e Ray Mendoza dopo Civil War (Mendoza era presente sul campo in qualità di ufficiale addetto alle comunicazioni) lascia sul tavolo ogni velleità etico-sociale-metaforica-distopica e si concentra sull’azione, finendo per essere uno dei più realistici e verosimili film del genere mai girati. Il duo si ispira ai grandi titoli del passato, da quelli degli anni ’80 e 90 di Oliver Stone a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow, da Redacted di De Palma alla celeberrima prima sequenza di Salvate il Soldato Ryan, ma conferisce un’identità ben precisa alla propria creazione: cattiva, feroce, asettica (fantastico il finale con i miliziani che passeggiano nella via dove poco prima c’è stato l’inferno). Resta l’abituale paradosso: anche le storie più brutali e devastanti, che gli autori avrebbero forse voluto sfruttare come messaggio contro la guerra, finiscono per essere una glorificazione degli uomini coinvolti, ma tant’è.