
Dopo la scuola, la sanità.
Sembra che alla bravissima Leonie Benesch (La sala professori) tocchino tutte le tappe del calvario a trazione statale.
Anche stavolta la performance non è meno che memorabile: Floria Lind, infermiera stremata ma indomita, si muove come un automa lucido e accogliente in un ambiente saturo di urgenze, dolori e precarietà sistemica, costretta a far fronte a una continua tempesta di codici rossi, carenze di organico, pazienti irascibili o morenti e una stagista inesperta. La regia attenta di Volpe, supportata dalla fotografia rigorosa e sensibile di Judith Kaufmann, incide ogni istante con inquadrature mobili e long take che seguono la protagonista nel dedalo di corridoi, letti e flebo, mentre il montaggio ipercinetico di Weißbrich accompagna lo spettatore tra microgesti, accenni, sguardi sfuggenti e frammenti di dialogo che rivelano senza spiegare. Al netto di qualche eccesso di pathos e lirismo visivo un po’ fuori luogo, Late Shift (L’ultimo turno in italiano) è, una sinfonia di caos ordinato e struggente umanità, in cui la compassione si misura non nei grandi gesti, ma nella resistenza quotidiana, nell’ascolto fugace, nella dignità accordata a chi soffre: un film necessario, che parla di lavoro, di fragilità e di cura, restituendo spessore a chi, ogni giorno, si fa carico del dolore altrui senza smettere di essere, ostinatamente, umano.