
Una giovane insegnante in una scuola media in cui si sono verificati dei furti decide di indagare da sola e individua un possibile colpevole: pessima idea…
Capolavoro, poco da aggiungere. Un vero e proprio thriller, ambientato però tra i banchi di una scuola e la sala professori, un microcosmo apparentemente innocuo e stabile, in realtà pronto a deflagrare e a trasformarsi in un’arena dove presidi, insegnanti, consulenti, genitori e alunni sono pronti a scannarsi senza pietà, in un crescendo di odio e rabbia. Satira feroce sulla scuola contemporanea, sul “buonismo” posticcio e ipocrita imperante, che si sbriciola alla prima occasione e sull’uso “ambiguo” della tecnologia, graziata dalla regia ultra-dinamica del bravissimo Ilker Çatak (due sequenze sono assolutamente incredibili) e dalla performance convinta della fantastica Leonie Benesch, che ricordavo giovanissima ai tempi de Il Nastro Bianco. Più che un semplice dramma scolastico, La sala professori è una riflessione sulla fragilità delle istituzioni democratiche e sulla difficoltà di raggiungere una verità condivisa in una società attraversata da diffidenza, conflitti identitari e polarizzazione. Çatak costruisce un racconto teso e rigoroso che, dietro la forma del thriller, pone domande profonde sulla responsabilità individuale e collettiva. Il finale, volutamente aperto e quasi allegorico, non offre soluzioni rassicuranti ma lascia emergere un dubbio inquietante: forse i giovani sono ancora capaci di mettere in discussione il sistema, mentre gli adulti sembrano ormai intrappolati nelle sue contraddizioni. La Germania lo manda saggiamente agli Oscar 2024 come miglior film internazionale.
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