
Al “grande anno dei grandi vecchi” partecipa anche il sempre inappuntabile Paul Schrader (classe 1946) che chiude una ideale trilogia iniziata con First Reformed e proseguita con Il collezionista di carte (entrambi eccezionali) dedicata a personaggi maschili de-scritti con sapienza da una sceneggiatura certosina e interpretati da attori in stato di grazia (Hawke e Isaac prima, qui un eccelso Joel Edgerton). Storia di colpe e redenzione, come spesso capita con Schrader: stavolta il protagonista è un ex neonazista che cerca di espiare le sue colpe curando il giardino di una ricca borghese in fin di vita (Sigourney Weaver) ma che si infatua della sua pronipote, a sua volta oppressa da ex fidanzato spacciatore. Gran mix di generi (on the road, romance, dramma, poliziesco, noir e western), intriganti metafore, tanto voice over e la regia granitica di un autore sempre sul pezzo e che, almeno lui, se ne fotte del politicamente corretto.L’elemento più originale del film risiede nell’utilizzo dell’orticoltura come grande metafora narrativa. Attraverso la voce fuori campo di Narvel, che annota pensieri e osservazioni nel suo diario, Schrader costruisce un parallelo costante tra la coltivazione delle piante e la possibilità di trasformazione degli esseri umani. Un giardino richiede cura, disciplina, pazienza e fiducia nel futuro. Allo stesso modo, la redenzione non è un evento improvviso ma un processo lento e faticoso. Narvel è ossessionato dall’ordine. Come il protagonista de Il collezionista di carte, cerca di controllare ogni aspetto della propria esistenza. Ma il film mostra progressivamente come gli esseri umani siano molto più imprevedibili delle piante. Non esistono strumenti capaci di estirpare automaticamente il male da una persona, né regole sufficienti a garantire la rigenerazione morale. Il cambiamento richiede una scelta personale e il rischio di esporsi nuovamente al dolore. Rude, sentimentale e sorprendentemente ottimista rispetto ad altre opere recenti del regista, Il maestro giardiniere è forse il film più speranzoso di Schrader degli ultimi anni. Pur senza negare il peso delle colpe passate, suggerisce che la redenzione non coincida necessariamente con il sacrificio o con la punizione, ma possa manifestarsi nella costruzione paziente di un futuro condiviso.
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