
Quinto lungometraggio, classe 1984, di Hou Hsiao-hsien, uno dei capostipiti della Nouvelle Vague di Taiwan, A Summer at Grandpa’s è un affresco sommesso e acuto, in cui l’infanzia funge da prisma attraverso cui filtrare le dissonanze del mondo adulto. Ambientata in una campagna solo apparentemente idilliaca, la pellicola intreccia giochi infantili e drammi latenti (la madre è assente e deve sottoporsi ad un’operazione, una situazione simile a quella vissuta dai due giovani protagonisti di Totoro di Miyazaki), delineando un universo dove le ferite generazionali, l’inerzia maschile e la marginalizzazione femminile emergono con sobria evidenza. L’irrequieto zio Changmin, figura tragicomica e irresponsabile, funge da snodo narrativo, mentre la regia si affida a una messa in scena discreta, quasi clandestina, che mima lo sguardo attento ma impotente dei bambini. Il ritmo, sostenuto da un montaggio agile e privo di indulgenze contemplative, scandisce un racconto a episodi che alterna leggerezza e amarezza.
Pur non ancora approdato alla (forse talvolta eccessiva) rarefazione estetica delle sue opere mature, Hou rivela già qui una mano sapiente nel cogliere le microfratture del quotidiano come specchio della società. Un film elegante e disilluso, che restituisce all’infanzia non l’innocenza, ma la lucidità involontaria di chi osserva senza difese (e infatti il maggiore dei due bambini è già stato contaminato dalla religione). Bravissimi gli interpreti, non stupisce che Akira Kurosawa abbia inserito il film, che a distanza di quasi mezzo secolo non è invecchiato di un giorno, tra i suoi cento preferiti.