
Il mio vicino Totoro è costruito su un equilibrio rarissimo: da un lato uno sguardo infantile, limpido e privo di filtri, dall’altro una riflessione profonda sul rapporto tra uomo e natura, tema centrale in tutta la poetica di Miyazaki, da Conan il ragazzo del futuro a Principessa Mononoke. Questo doppio registro trova una sintesi perfetta nella celebre sequenza dell’incontro tra Mei e gli spiriti del bosco: pochi minuti in cui il film rivela la propria essenza. La scoperta casuale di una ghianda, l’inseguimento giocoso, l’apparizione progressiva delle creature fino all’ingresso nel grande albero di canfora costruiscono un passaggio graduale verso una dimensione altra, sospesa tra realtà e immaginazione. Qui Miyazaki lavora sul tempo e sul ritmo, alternando attesa e accelerazione, accompagnato dalla musica di Joe Hisaishi, elemento fondamentale nel dare forma a quell’atmosfera insieme intima e universale. Il film vive proprio di questa capacità di dilatare il quotidiano fino a farne esperienza quasi metafisica. La natura non è semplice sfondo, ma presenza viva, regolata da un equilibrio antico che l’uomo rischia costantemente di perdere. Allo stesso tempo, solo lo sguardo dei bambini — libero da sovrastrutture — sembra ancora in grado di coglierne il senso. Pur nella sua apparente leggerezza, Il mio vicino Totoro si impone così come un’opera stratificata, accessibile a ogni età ma mai banale. Non sorprende che, nel tempo, sia diventato non solo un classico dell’animazione, ma una vera icona culturale, capace di attraversare generazioni senza perdere efficacia e nemmeno che Ghibli, ai tempi, scelse di accompagnarlo come “contrappeso” al capolavoro Una tomba per le lucciole (i film uscirono lo stesso giorno in doppia programmazione).
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