
Termina il 2025 e il primo anno di questo blogghetto dedicato a recensioni brevi di film belli. Quest’anno di titoli veramente memorabili ce ne sono stati ben pochi, a ben vedere, ma come al solito redigere il listone (perchè è un listone, non una classifica) dei venti preferiti dal sottoscritto non è stato facile. Veloce, ma fondamentale disclaimer: tutti i film presenti nella lista sono stati visti a festival, rassegne, in streaming e sala (in Italia o all’estero) e ho prediletto film minori e poco noti a quelli di grande richiamo: molti di questi titoli verranno distribuiti (se pure) solo nei prossimi mesi, quindi usate la ista come promemoria. Visto che amo la sintesi, iniziamo.
1-TRAIN DREAMS
Capolavoro.
Clint Bentley trae linfa dal romanzo di Denis Johnson e compone un western elegiaco che sembra respirare lo stesso ossigeno di Malick, di Reichardt, persino dei primi Jarmusch: cinema contemplativo, ferito e luminoso.
Al centro c’è Robert Grainier, che Joel Edgerton interpreta con una misura quasi ascetica. Cresciuto fra boschi smisurati dell’Idaho, Robert è uno di quei lavoratori che costruiscono il progresso senza mai appartenervi davvero: taglia alberi, posa binari, assiste alla colonizzazione dell’ultimo lembo di natura selvaggia da parte delle ferrovie. È un uomo che vive nel punto esatto in cui un’epoca finisce e un’altra prende forma, e tutto ciò che conosce viene lentamente inghiottito dalle macchine, dal rumore, dall’idea stessa di “modernità”. L’unico riparo emotivo arriva con Gladys (una Felicity Jones delicata come una piuma su un vetro appannato): una casetta di legno, un ruscello, una bambina che nasce. Un’oasi minuscola e fragile che dura quanto dura la buona sorte nel West: pochissimo. Quando la natura si ribella – o forse è solo il destino che si diverte a colpire i più miti – Grainier perde ciò che gli era più caro. Da quel momento la sua vita si tende come un filo sottile fra memoria, lutto e un bisogno quasi animalesco di ritrovare un senso nella solitudine. Bentley dirige come chi maneggia qualcosa di sacro: gesti misurati, tempi larghi, un pudore che dialoga con la magnificenza della fotografia di Adolfo Veloso. Ogni inquadratura è una pagina di un diario malinconico: foreste che paiono santuari, cieli che sembrano trattenere il respiro, la scia di una locomotiva che sega in due il paesaggio come un presagio. Train Dreams è un western dell’anima, una meditazione sulla frattura tra uomo e natura, sull’invecchiamento di un mondo e sulla difficoltà di restare vivi dentro il proprio dolore.
2-L’ACCIDENT DE PIANO
Magalie è una celebrità dei social che ha costruito il suo impero sfruttando una rara condizione medica: non percepisce il dolore e filma se stessa mentre subisce colpi e ferite. Dopo che un pianoforte le crolla addosso durante uno dei suoi stunt e uccide involontariamente la sua parrucchiera, viene ricattata da una parente, giornalista, dell’unico testimone della vicenda, che pretende un’intervista esclusiva…
Il prolifico Quentin Dupieux torna a intrecciare humour assurdo, riflessione esistenziale e critica alla cultura digitale firmando il suo capolavoro assoluto. L’autore alterna humour assurdo, tensione e malinconia, ritraendo una donna (l’incredibile Adèle Exarchopoulos, che firma una delle sua migliori performance di sempre) dal corpo invincibile e dall’identità completamente frantumata. Il film procede disarticolato, con improvvise digressioni e momenti sospesi, fino a un epilogo che mescola elemento tragico, spirito farsesco e una vena quasi poetica.
3-UN SEMPLICE INCIDENTE
Una famiglia investe un cane, si ferma in un negozio per chiedere aiuto e viene riconosciuta – o forse solo sospettata – da un uomo che crede di avere davanti uno dei torturatori del governo.
Un viaggio tortuoso e quasi beckettiano, in cui un gruppo di ex vittime trascina l’uomo attraverso strade periferiche e deserti, discutendo se sia giusto vendicarsi, perdonare, o lasciare che la legge (quale legge?) faccia il suo corso. Il film diventa quindi un processo morale collettivo, dove rabbia e dubbio si intrecciano e dove ogni personaggio è costretto a interrogarsi su ciò che significa davvero giustizia. Panahi filma tutto con mezzi ridotti, all’interno di spazi stretti e mobili, come se anche la macchina da presa fosse complice o prigioniera. Il risultato è un’opera tesa, politicamente feroce e tuttavia lucida, che non offre soluzioni ma lascia lo spettatore nel punto più doloroso: quello in cui bisogna scegliere se colpire o restare umani.
Un film scabro, lucido, difficilissimo, tra i più maturi e implacabili del regista. Finale assolutamente incredibile.Candidato agli Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Francia (dove il regista è dovuto rifugiarsi per evitare l’arresto in patria).
4-TUTTO QUELLO CHE RESTA DI TE
Terzo film dell’attrice e regista Cherien Dabis, statunitense di origini palestinesi, Tutto quello che resta di te racconta attraverso una saga familiare quasi ottant’anni di esilio e resistenza palestinese. Dabis intreccia tre epoche e tre generazioni: Sharif, costretto nel 1948 a lasciare la sua casa e gli aranceti di Giaffa dopo l’occupazione israeliana; suo figlio Salim, rifugiato in Cisgiordania, insegnante e poeta; e il nipote Noor, cresciuto nel campo profughi, testimone della prima Intifada del 1987.
Il film mostra come la perdita della terra si traduca in una frattura identitaria che attraversa le generazioni. Dabis non costruisce un racconto politico diretto, ma un mélo intimo e popolare, centrato sul dolore, sulla memoria e sulla sopravvivenza emotiva. Mostra che quelle case oggi occupate da famiglie israeliane avevano una storia, radici e volti, cancellati dalla violenza e dal tempo. Le parti ambientate tra il ’48 e il ’78 sono le più intense; la sezione contemporanea, più frammentaria, fatica a mantenere lo stesso spessore. Interessante è la rappresentazione del mondo israeliano: i soldati restano figure di oppressori, i civili (medici a parte) appaiono come inconsapevoli complici, incapaci di percepire l’ingiustizia di cui beneficiano. La regista – che interpreta anche Hanan, moglie di Salim – evita l’invettiva e preferisce un tono dolente, fatto di piccoli gesti, memorie e assenze. Candidato agli Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Giordania.
5-NO OTHER CHOICE
Un uomo, licenziato dopo venticinque anni di lavoro dalla propria azienda inizia a eliminare tutti i potenziali candidati ad un nuovo posto di lavoro…
Park Chan-wook torna, in formissima, a un cinema politico e tagliente, dopo l’eleganza formale di Decision to Leave. Al centro vi è la parabola grottesca di Man-su, impiegato qualsiasi, pedina e al tempo stesso simbolo della globalizzazione contemporanea: una macchina che macina ambizioni, consumismo e alienazione sotto le insegne del capitalismo avanzato e delle sue nuove declinazioni tecnologiche. Momenti di umorismo nerissimo si alternano ad altri grotteschi e paradossali, sempre in contesto di pessimismo cosmico nei confronti dell’essere umano in quanto tale, del mondo del lavoro e della vita in genere. Giganteggiano gli interpreti: Lee Byung-hun, protagonista monumentale e tragico, e Son Ye-jin, figura femminile astuta, intraprendente e non troppo silenziosa osservatrice delle bizzarre trame ordite dal marito. I personaggi non possiedono più la furia vendicativa della Trilogia della vendetta: resta una sensazione di sconfitta sistemica: non vi è rivolta, ma resa. All’economia, al capitale, all’intelligenza artificiale. Forse un albero ci salverà…Candidato agli Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Corea del Sud.
6-THE LAST VIKING
Un uomo, dopo aver scontato quindici anni di prigione, torna a casa per recuperare il bottino, nascosto dal fratello. Purtroppo per lui le condizioni mentali del familiare sono peggiorate molto e non si ricorda più dove l’ha sepolto…
La commedia nera dell’anno non poteva firmarla che Anders Thomas Jensen, che torna in coppia con l’eccelso Mads Mikkelsen dopo il cult di qualche anno fa Riders of Justice. Il viaggio verso la casa d’infanzia, intrapreso per risvegliare la memoria del fratello, diventa un percorso a ritroso nei fantasmi familiari, costellato di incontri con figure eccentriche: ex stilisti falliti, ex modelle manesche, medici eccentrici che fondano cover band dei Beatles, fino a personaggi persuasi di incarnare più identità celebri contemporaneamente. Pur richiamando a tratti il nonsense dei fratelli Coen, il film trova originalità nel trattare con ironia la diversità e l’identità multipla, senza derive pedagogiche né patetiche. Jensen alterna slapstick e animazione, invenzioni surreali e momenti esilaranti, con un andamento irregolare ma sempre libero, refrattario a qualsiasi gabbia formale. Ne risulta un’opera che, proprio nella sua spavalda imperfezione, rivendica la forza dell’immaginazione e celebra gli outsider con un’energia rara, preziosa e difficilmente incasellabile.
7-FATHER
Con Father, la regista slovacca Tereza Nvotová affronta un dramma familiare di disarmante semplicità e devastante portata: l’errore di un padre che, sopraffatto da stress lavorativo e pressioni quotidiane, dimentica la figlia di due anni in auto durante una torrida giornata estiva. L’incidente, che segna in modo irreversibile il destino della bambina e della sua famiglia, diventa il detonatore di una riflessione sulla colpa, sul lutto e sulla fragilità delle relazioni umane.
Attraverso la figura di Michal (Milan Ondrík, assolutamente monumentale, assurdo che non abbia ricevuto un premio a Venezia), direttore di un piccolo giornale sull’orlo del fallimento, il film mostra come la routine, il logoramento psicologico e le responsabilità concatenate possano generare un “vuoto mentale” capace di trasformarsi in tragedia. La regia di Nvotová, sostenuta dai lunghi piani sequenza di Adam Suzin e dalle sonorità disturbanti di Jonatán Pastircák, traduce lo stato di confusione, dolore e smarrimento dei protagonisti in un linguaggio visivo e sonoro che amplifica la tensione emotiva.
La seconda parte del film si sposta dalle convulsioni immediate del lutto al più gelido terreno giudiziario e mediatico: Michal deve affrontare il processo e la condanna morale di un Paese intero, mentre il suo matrimonio con Zuzana (Dominika Morávková) si sgretola fra rancore, silenzi e un’assenza impossibile da colmare. Il tema del cosiddetto “forgotten baby syndrome” – quando la mente, in modalità automatica, cancella dall’orizzonte un elemento non abituale – conferisce al racconto una dimensione universale, trasformando il caso singolo in monito collettivo.
Father si impone così come il lavoro più compiuto di Nvotová: un’opera imperfetta ma potente, capace di unire rigore narrativo e ricerca formale, e di restituire al pubblico un’esperienza tanto dolorosa quanto necessaria. Candidato agli Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Slovenia.
8-SIRAT
Un padre e suo figlio giungono a un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale alla ricerca di Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima…
Óliver Laxe porta il suo cinema a un punto di vertigine estrema, consegnando allo spettatore un’esperienza inclassificabile.
Laxe intreccia la vicenda privata con un paesaggio narrativo che frantuma ogni aspettativa. I due protagonisti si uniscono a un manipolo di raver nomadi, figure mutilate ma vitali, disertori dell’esistenza che incarnano un’umanità scartata e resistente. La loro traversata del deserto, tra camion sgangherati e ostacoli naturali implacabili, ricorda l’inferno di Vite vendute, con la stessa tensione fra sopravvivenza, anarchia e destino collettivo.
A fare da sfondo è una terza guerra mondiale indefinita, mai dichiarata ma onnipresente, che rende il conflitto non tanto politico quanto esistenziale: lotta contro la norma, contro l’illusione di un futuro, contro la presunta superiorità occidentale. Laxe alterna momenti di spettacolare suspense a riflessioni sulla ricerca vana di un paradiso inesistente. Il viaggio verso Mar diventa allegoria di un’Odissea senza approdo, dove la “retta via” evocata dal titolo (aṣ-Ṣirāṭ al-mustaqīm, il sentiero verso la salvezza) appare ormai irraggiungibile. Ne risulta un’opera che stordisce e ferisce, capace di unire intrattenimento crudele e speculazione politica, imponendosi come una delle esperienze più destabilizzanti e necessarie del cinema contemporaneo. Candidato agli Oscar 2026 come miglior film internazionale per la Spagna e vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025.
9-BREVE STORIA DI UNA FAMIGLIA
Cina, oggi. Un adolescente provoca involontariamente una ferita ad un compagno di scuola e lo invita a casa sua per sdebitarsi, ma l’effetto sulle dinamiche familiari sarà devastante…
Ottimo, davvero ottimo l’esordio alla regia di Lin Jianjie, figlio di padri nobili: difficile non trovare in quest’opera frammenti di Hirokazu Kore’eda, Bong Joon-ho, Jia Zhangke, Michael Haneke e ovviamente di Pasolini, col che col suo Teorema, oltre sesssant’anni fa, mostrò quando possa essere destabilizzante l’arrivo di un estraneo a casa. Sullo sfondo si staglia un’allegoria della Cina contemporanea, attraversata dai riflessi della disuguaglianza sociale e dei mutamenti di politica demografica: dalla rigida “politica del figlio unico”, che nel film assume una risonanza dolorosa, alla nuova apertura natalista dello Stato. I nodi affettivi e le lacerazioni di questo nucleo familiare riflettono così le oscillazioni di un Paese in trasformazione, diviso tra desiderio di meritocrazia e paura di aprire varchi nella gerarchia sociale. Un’opera prima dal respiro già maturo, quindi, che sonda con inquietudine e compassione le dinamiche del desiderio, dell’appartenenza e della sostituzione.
10-ONE OF THOSE DAYS WHEN HEMME DIES
Vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia 81 (sezione Orizzonti), il primo lungometraggio di Murat Fıratoğlu ci porta nella Turchia rurale, dove il tempo sembra essersi fermato. Eyüp, che lavora sotto il sole essiccando pomodori per saldare un debito, decide di vendicarsi del suo capo Hemme non per questioni economiche, ma per un’offesa alla madre (mia madre….).
Tuttavia, il suo intento omicida si scontra con incontri, imprevisti e memorie del passato che lo trattengono.
Il film è attraversato dal contrasto tra tradizione e modernità: anziani che vivono in un mondo sospeso (subilme la sequenza col cocomero), vigne abbandonate, ritmi lenti da un lato; cellulari, investimenti e cantieri caotici dall’altro. Eyüp è il simbolo di questa frattura: radicato in valori antichi ma attratto da un futuro (incerto).
Un’opera contemplativa, fatta di lente carrellate e paesaggi ampi, che si apre e chiude con una danza popolare e richiama con nostalgia l’infanzia universale (da Heidi a Peter Pan). Al centro visivo e simbolico c’è la distesa rossa dei pomodori: una ferita nel paesaggio e nell’anima del Paese, immagine di fatica, sfruttamento e calore opprimente. Un racconto silenzioso ma denso, che riflette su cosa resta e cosa si perde nel passaggio tra due mondi. Candidato della Turchia come miglior film internazionale agli Oscar 2026.
11-RITROVARSI A TOKYO
Jay, da nove anni, cerca invano di rivedere la figlia Lily, affidata completamente alla madre dopo la separazione. Ora lavora come tassista e percorre ogni giorno le strade della città nella speranza di ritrovarla. E un giorno, miracolosamente, succede…
Nuovo film ed ennesimo centro per Guillaume Senez, che dopo il valido Le Nostre Battaglie, torna a lavorare con il sempre ottimo Roman Duris, qui particolarmente intenso e stropicciato dalla vita, in un’opera delicata e dolorosa, che esplora il vuoto lasciato dalle persone amate e la lotta interiore di chi è stato privato di ogni diritto e possibilità di contatto (pessima, in questo senso, la scelta del titolo italiano, visto che l’originale “la parte mancante” rappresenta perfettamente il senso del racconto). La Tokyo immensa, infinita e impersonale diventa specchio del vuoto emotivo del protagonista, interpretato in modo straordinario da Romain Duris, che dà corpo a un uomo pieno di dolore e amore represso. Un film umanissimo e amabile, con un finale grandioso, che racconta peraltro in modo schietto e senza fronzoli le innumerevoli ingiustizie sociali che caratterizzano ancora il Giappone odierno, dove chi è straniero lo resta a prescindere da quanto bene sappia la lingua o si sia integrato nel tessuto sociale.
12-L’EREDE
Uno stilista ansiogeno e affetto da attacchi di panico riceve la notizia della morte del padre, col quale non aveva rapporti da anni, ed è costretto a tornare a casa per occuparsi del funerale…
Siamo a marzo ma il miglior mistery thriller dell’anno è già nelle sale. Opera di rara tensione ed eleganza (già l’incipit con la sfilata, a suo modo, mette i brividi), che conferma il talento di Xavier Legrand, che dopo l’affascinante L’affido torna a ragionare sul tema della famiglia e delle sue (inevitabili?) storture. Uno script subdolo, depistante, sinistramente shakespeariano che, minuto dopo minuto, fa salire la tensione, procedendo per accumulo fino ad una deflagrante scoperta e relativo cambio di passo e ritmo.
Un bilanciamento della suspense impeccabile, unito ad una regia di rara eleganza per il genere trattato (l’incipit, la sequenza notturna nella casa, quella nella foresta, il clamoroso funerale, il finale impeccabile, sinistro e beffardo) e alla performance incredibile del bravissimo Marc-André Grondin.
12 – PANOPTICON
Sandro è un adolescente cresciuto tra un padre ossessionato dalla devozione, una madre lontana e una nonna atea e disincantata, galleggiante in un limbo emotivo che sfocia in pulsioni sessuali confuse, culto della purezza femminile e scoppi d’ira xenofobi…
Notevolissimo debutto per il georgiano George Sikharulidze, che firma un’opera che ammicca ai 400 colpi e al cinema rumeno recente, quello di Jude e Mungiu, pur conservando una propria identità autoriale. Panopticon non si limita al gioco delle citazioni ma offre piuttosto un ritratto spietato e insieme dolorosamente umano della vulnerabilità adolescenziale, di come il vuoto affettivo e l’educazione distorta possano trasformarsi in ideologia, violenza, confusione. ll finale, sorprendentemente toccante, apre uno spiraglio di redenzione tanto fragile quanto prezioso: un gesto minimo che si oppone, quasi per miracolo, a un contesto in cui il politico fagocita il privato, e dove crescere significa spesso sopravvivere ai dogmi di un Paese che osserva tutto, giudica tutto, perdona poco. Candidato georgiano come miglior film internazionale agli Oscar 2026.
13- LA MIA FAMIGLIA A TAIPEI
Tre donne, madre e due figlie, si arrabbattono per sopravvivere in una Taipei colorata, vicace e caotica.
Girato in gran parte con iPhone e costruito su fluidi long take, il film, sostenuto creativamente e produttivamente da Sean Baker (di cui recupera la dimensione “di strada” tipica delle sue prime opere)
combina un realismo quasi documentaristico con l’estetica luminosa del cinema taiwanese degli anni Ottanta. Spicca il personaggio della piccola I-Jing (fantastica la piccola attrice), ostacolata da un nonno che considera la sua mancinanza un difetto da estirpare, che sviluppa comportamenti devianti come forma di ribellione e autodifesa. Le sue fughe per la città mostrano un tessuto urbano diseguale e stratificato, mentre la sorella maggiore cerca spazi di emancipazione in una società che relega le donne ai margini. Attorno a loro si muove un coro di figure femminili che riflettono la difficoltà di vivere in una società ancora rigidamente sbilanciata: la nonna che si immischia in traffici migratori pur di sentirsi utile, la moglie tradita che arriva a pagare pur di avere un figlio maschio, le “coconut girls”, sintomo di un’economia che mercifica giovinezza e corpo femminile con noncuranza. Pur approdando a un terzo atto più convenzionale, e forse un po’ affollato di rivelazioni, il film conserva un’autenticità di sguardo rara: Tsou Shih-Ching si dimostra regista dall’empatia calda e diretta, capace di far emergere un’umanità ferita ma non doma, che (soprav)vive in una Taipei contraddittoria, tenera e brutale. Candidato per Taiwan come miglior film internazionale agli Oscar 2026.
14- LA RAGAZZA DEL CORO
Ambientato in una scuola cattolica slovena, racconta la storia di Lucia, sedicenne timida e osservatrice, che entra nel coro cercando appartenenza e trova invece una nuova consapevolezza di sé. Tra prove, risate e regole, la scoperta del canto diventa per lei una forma di disobbedienza silenziosa, un varco tra disciplina e libertà. Il viaggio del coro in un convento, l’incontro con l’enigmatica Ana-Maria, il misterioso uomo nudo visto nel fiume: piccoli segni che accendono l’inquietudine e risvegliano il desiderio.
Djukić filma tutto con una regia sobria e sensoriale: niente musiche superflue, solo le voci delle ragazze e i rumori del mondo che si insinuano come pensieri. L’immagine aderisce allo sguardo di Lucia: dettagli di bocche, mani, respiri, schermi, mentre il canto diventa membrana che separa e unisce. Ogni suono è un passaggio di crescita, ogni silenzio un atto di rivelazione.
Nel coro si intrecciano i temi dell’adolescenza, del corpo che cambia e della fede come gabbia e rifugio. Il maestro vede in Lucia un talento irregolare, ma preferisce le regole al rischio: il film mostra la distanza tra mondo adulto e mondo adolescente, senza giudizi, solo con ascolto. Davvero un ottimo debutto e la protagonista, Jara Sofia Ostan, è bravissima. Candidato dalla Slovenia a migliore film internazionale agli Oscar 2026.
15- DJ AHMET
Ahmet è un quindicenne costretto dal padre a lasciare la scuola e occuparsi delle pecore di famiglia. In un ambiente governato da religione, tradizione e un patriarcato inflessibile, la sua unica via di fuga è la musica elettronica. Le ritmiche pulsanti lo aiutano a sopportare il peso della routine e, soprattutto, lo avvicinano ad Aya, una ragazza del posto che sogna di andarsene prima di essere data in sposa.
Durante una notte in cui la curiosità lo spinge fuori dal gregge (letteralmente: le pecore lo seguono), Ahmet finisce a un rave clandestino, diventando inaspettatamente una piccola celebrità locale. Da qui prende forma un racconto di formazione piuttosto lineare: il ragazzo cerca di emanciparsi dall’autorità paterna, mentre l’amicizia con Aya si trasforma in un legame più profondo. Accanto a tutto ciò, la musica diventa una forza vitale in una famiglia segnata dal lutto, come dimostra anche il fratellino Naim, che ha smesso di parlare ma balla ogni volta che può. Il film alterna ironia e tenerezza, osservando con leggerezza certi rigidi costumi religiosi senza cadere nella caricatura. Visivamente, grazie alla fotografia di Naum Doksevski, i paesaggi agricoli brillano in una luce morbida e dorata, mentre le scene di ballo assumono un tono sospeso, quasi sognante. Girato con un cast perlopiù non professionista, DJ Ahmet si regge soprattutto sulla spontaneità del giovane Arif Jakup, che dà al protagonista una dolcezza testarda da ribelle inconsapevole. Ahmet non è davvero un DJ, ma fa la cosa più importante: non smette mai di tenere il ritmo.
16- SORE: WIFE FROM THE FUTURE
Jonathan, fotografo disordinato e abitudinario, si sveglia accanto a una donna misteriosa di nome Sore, che sostiene di essere sua moglie… venuta dal futuro. Il suo scopo? Salvargli la vita, cambiando il suo stile di vita autodistruttivo. Ma ogni volta che Sore sembra esserci riuscita, muore, ed il loop si ripete….
Clamorosa dramedy sentimentale con un pizzico di sci-fi, il film, versione “estesa” di una webserie dello stesso regista, Yandy Laurens, si articola in due metà distinte. La prima, più leggera, racconta il disorientamento iniziale di Jonathan, la presenza benevola e misteriosa di Sore e la progressiva trasformazione delle dinamiche tra i due. La seconda parte, invece, introduce temi più complessi: il paradosso temporale, il ripetersi degli eventi in un loop emotivo e psicologico, e il dramma dei continui decessi della ragazza. L’opera si interroga sui limiti del libero arbitrio quando inserito in una struttura temporale circolare, e su quanto sia davvero possibile “salvare” qualcuno che non è pronto a salvarsi da solo. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo una dimensione romantica, assume sfumature più cupe e consapevoli, culminando in un (magnifico) finale che mantiene coerenza tematica e peso emotivo. Strepitosa Sheila Dara, protagonista assoluta. L’Indonesia lo candida (giustamente) come miglior film intenazionale agli Oscar 2026.
17 – POMERIGGI DI SOLITUDINE
Albert Serra torna a interrogare la morte – e lo fa, paradossalmente, scegliendo per la prima volta il documentario. Pomeriggi di solitudine segue il torero Andrés Roca Rey e mette a nudo, con una crudezza quasi liturgica, il dissidio antico fra uomo e animale, cultura e istinto, rito e spettacolo. La corrida, già sospesa tra celebrazione e condanna pubblica, diventa per Serra un teatro del tramonto: un’arte che affonda nel sangue e nel mito, e che oggi appare come un relitto barocco destinato all’estinzione. Il film alterna l’estasi estetizzante delle arene – dove il rosso del toro diventa pittura – a lunghi intermezzi in auto, immersi in un silenzio quasi metafisico. Serra rifiuta qualsiasi intento didascalico: non spiega, non guida, non chiarisce. Immerse in inquadrature ravvicinate, le cornici risultano schiacciate, disorientanti; il pubblico, presenza fondamentale della corrida, scompare quasi del tutto, come un convitato di pietra che il cinema sostituisce con un altro sguardo: il nostro. La figura di Roca Rey resta volutamente opaca, filtrata da superstizioni, rituali, e da un erotismo sotterraneo che Serra fa emergere con audacia. Il torero diventa così emblema di un maschile ritualizzato e grottesco, mentre il toro conserva una fierezza che il film restituisce fin dal primo, folgorante primo piano. Ne risulta un’opera radicale, che manipola il reale senza nasconderlo, e che affronta la corrida non come tradizione da spiegare ma come fantasma culturale da osservare nel suo ultimo respiro. Serra rimane fedele alla sua ossessione: mostrare la morte come scena e la scena come morte, lasciandoci sospesi davanti a un rito che sopravvive solo per contraddirsi.
18 – A PIED D’OEUVRE
Nel film della regista francese, tratto dal memoir di Franck Courtès, seguiamo un autore in crisi – trasfigurato in Paul Marquet – che, abbandonati i compensi sicuri del mestiere fotografico, si ritrova schiacciato dalla fragilità economica della scrittura. Per sopravvivere aderisce a un’app che distribuisce mansioni di fortuna come in un mercato al ribasso permanente, dove ogni incarico si conquista solo accettando tariffe sempre più umilianti e sottostando al giudizio mutevole dei clienti. La spirale è chiara: non una lotta verticale, ma una guerra orizzontale tra lavoratori costretti a contendersi briciole. Il tema del lavoro precario nell’era delle piattaforme, dove l’antica dialettica tra capitale e manodopera si incrina in una competizione fratricida tra individui lasciati a galleggiare nell’arbitrio algoritmico è quindi centrale, ma non unico.Donzelli costruisce un racconto che alterna malinconia e asprezza, rivelando un protagonista fermo nella propria scelta fino all’autosabotaggio e inserito in una struttura narrativa che procede per prove successive fino a un inevitabile scioglimento emotivo. Molto più incisiva, tuttavia, è la riflessione sulla visione: il film è disseminato di brevi epifanie visive, quasi appunti filmati che assomigliano a fotografie in movimento. Paul osserva, cattura frammenti, registra ciò che gli sfugge nella scrittura. È un “occhio” in perenne attività, anche quando la penna tace. Solo alla fine si comprende che la sua lunga traversata non è altro che il libro che stava tentando di comporre: immagine e parola finalmente si sovrappongono, rivelando che l’opera cui assistevamo era, in fondo, la sua stessa redenzione narrativa.
19 – A HOUSE OF DYNAMITE
Un ordigno nucleare non intercettato, lanciato da un paese ignoto, è prossimo a colpire Chicago…che fare?
Grandissimo ritorno per Kathryn Bigelow, che firma uno dei migliori film della sua carriera, uno dei film dell’anno e il migliore di sempre tra quelli made in Netflix. L’esplosione, l’attacco, l’immagine apocalittica restano fuori campo. Ciò che interessa è il momento sospeso: l’attimo in cui chi detiene il potere deve decidere se premere un bottone o attendere, se fidarsi delle macchine o dell’istinto. La regista ambienta tutto in un presente senza coordinate precise. Nelle stanze del potere — il Pentagono, la Casa Bianca, i centri di comando — si rincorrono protocolli, voci, allarmi che si contraddicono. Il presidente (un magistrale Idris Elba) appare impotente come chiunque altro, travolto da una crisi che mette in dubbio la stessa idea di controllo. Bigelow costruisce il film come un prisma: la stessa scena si ripete da tre prospettive — militari, analisti, governo — con minimi scarti di linguaggio e tensione. Ogni ripetizione erode la certezza precedente, l’attacco nucleare non è più una minaccia esterna, ma il sintomo di un sistema che implode su sé stesso. Girato con asciuttezza chirurgica, A House of Dynamite non mostra “l’eroismo” (anzi) ma l’imbarazzo del potere, la vulnerabilità della specie che crede di potersi difendere distruggendo. “Viviamo tutti in una casa imbottita di esplosivo”, suggerisce il film, “e fingiamo di non sentire il ticchettio”. Come suggeriva The Hurt Locker, del resto, non c’è più differenza tra la guerra e la sua attesa.
20 – SENTIMENTAL VALUE
Joachim Trier torna a interrogare le fragilità dei legami familiari attraverso una lente elegante e dichiaratamente nordica, collocando il film nell’alveo di una tradizione che va da Ibsen a Bergman, filtrata però da una leggerezza malinconica che richiama certa commedia psicologica alla Woody Allen. La vicenda prende avvio dalla morte della madre di Nora e Agnes, che lascia in eredità una dimora carica di memorie. È proprio questa casa, quasi un personaggio silenzioso (straordinario l’incipit del film, in questo senso), a riattivare l’apparizione del padre assente, Gustav Borg, celebre regista che vede nell’abitazione il set ideale per il suo ritorno artistico. La richiesta, sconveniente e improvvisa, di coinvolgere Nora nel progetto riapre ferite mai rimarginate. Il castello emotivo si complica quando l’attrice americana Rachel Kemp entra in scena, trasformando la dinamica familiare in un gioco di specchi e sostituzioni che riflette l’impossibilità di una comunicazione diretta. Trier dosa abilmente ironia e gravità, orchestrando un racconto sul rapporto fra arte e identità: Gustav crea per avvicinarsi agli altri, Nora recita per evadere da sé stessa. Entrambi, tuttavia, si trovano imprigionati in un sistema di rappresentazioni che finisce per sostituire la vita, più che illuminarla. A emergere come punto fermo è il vincolo tra le due sorelle, l’unico spazio non contaminato dalla retorica artistica e dall’ego paterno. Con costruzione rigorosa, invenzioni formali e un cast in stato di grazia (straordinaria Elle Fanning), Sentimental Value diventa un raffinato apologo sull’impervia arte di volersi bene. Candidato della Norvegia a miglior film internazionale agli Oscar 2026, ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al 78º Festival di Cannes.
BONUS! IL MIGLIOR FILM ITALIANO DEL 2025
GIOIA MIA
Il miglior film italiano del 2025 è di una esordiente, arriva a fine anno e racconta l’incontro fra due età lontanissime: una donna anziana e un bambino, separati da decenni ma destinati a riconoscersi. Nico, cresciuto tra tecnologia e assenze, viene mandato in Sicilia dalla zia per un’estate forzata che si trasforma lentamente in esperienza formativa. Lei vive in un universo fatto di riti, silenzi e abitudini antiche; lui arriva spaesato, privo di radici simboliche e affettive.
Il film evita lo scontro frontale tra mondi e lavora invece sulle graduali trasformazioni: ciò che cambia non sono tanto i personaggi quanto lo spazio che li separa. La casa, inizialmente ostile e quasi spettrale, diventa rifugio; il quotidiano – un bagno al mare, un gioco per strada, una stanza chiusa – si carica di senso emotivo. Margherita Spampinato racconta l’infanzia come scoperta del non detto, del mistero, di ciò che si teme prima di comprenderlo. Con una messa in scena semplice ma sensibile, Gioia mia recupera un’idea di cinema fatta di gesti, attese e presenze, più che di spiegazioni. È un racconto lieve e profondo insieme, che guarda alla tradizione senza nostalgia sterile e trova nell’incontro tra generazioni una forma di incoraggiamento: crescere significa imparare a stare nell’ombra senza averne paura. Sublime il cast.
SECONDO BONUS! IL MIGLIOR FILM ANIMATO DEL 2025
LA PICCOLA AMELIE
Il miglior film animato del 2025, assieme a Zootropolis 2, troppo “popolare” per questo listone, è il folgorante esordio animato di Maïlys Vallade e Han Liane-Cho, tratto dal romanzo di Amélie Nothomb e presentato a Cannes 2025. Ambientato nel Giappone degli anni Ottanta, segue la piccola Amélie, bambina belga nata a Kobe, nei suoi primi tre anni di vita, fra scoperte, amicizie e un lutto che segna la fine dell’infanzia ideale. L’animazione valorizza l’ uso espressivo del colore e una regia che riproduce lo sguardo infantile. Il film unisce la sensibilità francese per la sperimentazione grafica alla capacità, tutta giapponese, di raccontare l’infanzia (da Ozu a Hosoda, fino a Miyazaki). Alcuni elementi, come la sottotrama legata alle ferite della guerra, sono trattati con la dovuta leggerezza, per restare nel target familiare. Un film luminoso, coloratissimo, costruito ad altezza bambino, capace di essere divertente e struggente insieme.
E come diceva il saggio, “That’s all folks!”. Buone visioni e, se volete, continuate a seguire il blog, costantemente aggiornato.
A.C.