
Renoir, secondo lungometraggio di Chie Hayakawa (che aveva esordito con l’interessante e attualissimo Plan 75, che immaginava un Giappone nemmeno troppo distopico in cui lo Stato “caldeggia” l’eutanasia degli anziani), racconta con delicatezza il momento fragile in cui l’infanzia comincia a dissolversi e prende forma una nuova coscienza del mondo. La protagonista, Fuki, è una ragazzina curiosa e attentissima, che osserva tutto ciò che la circonda cercando di comprenderlo: i comportamenti degli adulti, le differenze sociali, le emozioni nascoste dietro i silenzi. Il suo sguardo innocente ma penetrante si posa su ogni dettaglio, come davanti al celebre ritratto dipinto da Renoir, nel quale sembra riconoscere qualcosa di sé.
Ambientato nella Tokyo del 1987, durante gli ultimi anni della prosperità economica giapponese, il film segue pochi mesi della vita della bambina. In questo periodo Fuki affronta esperienze decisive: la malattia terminale del padre, la crescente consapevolezza della morte e l’incontro con aspetti inquietanti del mondo adulto. Tutto viene assimilato con una naturale curiosità, come se la protagonista stesse raccogliendo frammenti di realtà per costruire una nuova immagine di sé e degli altri.
Hayakawa costruisce il racconto con grande sensibilità visiva, trasformando la storia in una sorta di quadro in movimento, dove gesti quotidiani, sogni e piccole epifanie compongono il ritratto di una coscienza che si forma. Il risultato è un film intimo e contemplativo, che riflette sulla crescita e sulla scoperta della complessità umana, mostrando come proprio in quel breve passaggio tra primavera ed estate della vita si formino intuizioni e domande destinate a restare per sempre.