NOBODY KNOWS

Con Nobody Knows Hirokazu Kore-eda trasforma una storia vera terribile in un film di rara delicatezza e devastante umanità. Tutto comincia in modo quasi silenzioso: una madre e due figli si trasferiscono in un piccolo appartamento di Tokyo, salvo poi aprire delle valigie da cui escono altri due bambini nascosti per evitare problemi con il proprietario di casa. Fin dalle prime scene il regista costruisce un’atmosfera sospesa, inquieta, fatta di piccoli dettagli quotidiani e di una felicità troppo fragile per essere sincera. La madre, Keiko, appare infantile, imprevedibile, incapace di assumersi davvero il peso della maternità. Ride, scherza, promette ritorni imminenti, ma sparisce sempre più spesso lasciando il figlio maggiore Akira a occuparsi dei fratelli minori. Kore-eda evita qualsiasi spettacolarizzazione melodrammatica della vicenda: invece di trasformare il film in un thriller sociale o in un racconto lacrimevole, osserva con pazienza il trascorrere dei giorni, l’isolamento progressivo dei bambini, la loro lenta adattabilità all’abbandono. Il cuore del film è proprio Akira, interpretato da Yuya Yagira in una performance straordinaria e dolorosamente naturale, tanto da valergli il premio come miglior attore a Cannes. Kore-eda filma il personaggio nel corso di diciotto mesi, lasciando che cresca realmente davanti alla macchina da presa, e costruisce tutto sui silenzi, sugli sguardi, sui piccoli gesti quotidiani. Akira non è mai trasformato in un eroe tragico: è soltanto un ragazzino costretto troppo presto a diventare adulto, a fare i conti col denaro che finisce, con il cibo che manca, con fratelli che continuano ancora a sperare nel ritorno della madre. Quello che rende Nobody Knows così devastante è proprio la sua apparente semplicità. Kore-eda non forza mai il dramma, non costruisce grandi climax emotivi, ma lascia che sia la quotidianità stessa a diventare insostenibile. L’appartamento si trasforma lentamente in una prigione claustrofobica, mentre fuori continua a esistere una Tokyo completamente indifferente alla tragedia invisibile di questi bambini. Quando Akira porta finalmente i fratelli fuori casa per una passeggiata, il mondo esterno appare enorme, luminoso e insieme profondamente distante da loro. È un cinema dell’osservazione, della sottrazione, della compassione silenziosa. E proprio per questo il dolore che lascia addosso arriva lentamente, quasi senza che ce ne si accorga, fino a diventare insopportabile.

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