ALCARRAS

Con Alcarràs, Carla Simón abbandona la dimensione autobiografica e intima di Estate 1993 per confrontarsi con un tema collettivo e profondamente contemporaneo: la scomparsa di un mondo. Attraverso la storia di una famiglia di coltivatori di pesche della Catalogna, la regista costruisce un dramma rurale che parla di lavoro, identità e trasformazione economica, evitando qualsiasi nostalgia romantica per la vita contadina. Il film segue la famiglia Solé mentre affronta la prospettiva di perdere i terreni che coltiva da generazioni. L’arrivo dei pannelli solari, destinati a sostituire i frutteti, non viene presentato come il trionfo del progresso né come una minaccia assoluta, ma come il sintomo di un cambiamento economico che travolge individui incapaci di controllarlo. Simón evita accuratamente di individuare buoni e cattivi: il problema non è il singolo proprietario terriero o la tecnologia, ma un sistema che valuta ogni cosa esclusivamente in termini di profitto. Ciò che colpisce maggiormente è il modo in cui il capitalismo viene rappresentato come una forza invisibile ma onnipresente. I Solé lavorano incessantemente, raccolgono frutti, affrontano i rischi climatici, combattono contro prezzi sempre più bassi imposti dalla grande distribuzione e vivono in una condizione di precarietà permanente. Non esiste alcuna armonia bucolica, nessun rassicurante ciclo delle stagioni: la loro quotidianità è dominata dall’ansia economica e dall’incertezza. Il raccolto non garantisce più la sopravvivenza e il legame con la terra perde progressivamente valore di fronte alle logiche del mercato. La forza del film risiede anche nella sua dimensione corale. Simón osserva le tensioni che attraversano la famiglia senza trasformarle in semplici conflitti generazionali. Quimet, il capofamiglia, vede nella fine del frutteto la cancellazione della propria identità, mentre altri membri della famiglia appaiono più disponibili ad accettare il cambiamento. Nessuno possiede una risposta definitiva e proprio questa ambiguità rende il racconto particolarmente convincente. L’utilizzo di interpreti non professionisti contribuisce a rafforzare il realismo dell’opera. I personaggi non sembrano mai costruiti o esemplari, ma persone reali intrappolate in una situazione più grande di loro. Simón li osserva con grande empatia, lasciando emergere contraddizioni, fragilità e incomprensioni senza mai giudicarli. Sotto la superficie del dramma familiare si nasconde inoltre una riflessione più ampia sul rapporto tra tradizione e modernità. Il film non suggerisce che la coltivazione delle pesche sia moralmente superiore all’energia solare, né che il passato debba essere preservato a ogni costo. La domanda che attraversa l’intera narrazione è più dolorosa: cosa accade quando una comunità perde improvvisamente il proprio motivo di esistere? Quando un modo di vivere, indipendentemente dalla sua sostenibilità economica, viene sostituito da qualcosa di completamente diverso? Premiato con l’Orso d’Oro, Alcarràs si distingue per la capacità di trasformare una vicenda locale in una riflessione universale sul cambiamento e sullo sradicamento. Carla Simón realizza un’opera sobria ma profondamente politica, capace di raccontare la fine di un mondo senza indulgere né nella nostalgia né nella retorica. Il risultato è uno dei ritratti più intelligenti e umani della crisi delle comunità rurali prodotti dal cinema europeo recente.

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