
Con Broker, Hirokazu Kore-eda conferma la centralità del tema che attraversa gran parte della sua filmografia: la famiglia come costruzione affettiva piuttosto che biologica o giuridica. Ambientato per la prima volta in Corea del Sud e interpretato da alcuni dei volti più celebri del cinema coreano contemporaneo, il film rappresenta una naturale prosecuzione del percorso intrapreso dal regista negli ultimi anni, dopo la consacrazione internazionale ottenuta con Father and Son e la Palma d’Oro di Shoplifters. La vicenda ruota attorno a un gruppo di personaggi marginali coinvolti nel traffico illegale di neonati abbandonati, ma Kore-eda evita qualsiasi approccio moralistico. Come spesso accade nel suo cinema, la legge e l’etica non coincidono necessariamente. I protagonisti si muovono in una zona grigia dove gli errori, le fragilità e persino le azioni discutibili convivono con un sincero bisogno di affetto e appartenenza. Ciò che interessa davvero al regista non è giudicare, ma osservare come possano nascere legami autentici tra individui che non condividono alcun rapporto di sangue. In questo senso Broker appare come una sorta di variazione sul tema già affrontato in Shoplifters. Ancora una volta troviamo una comunità improvvisata, composta da persone ai margini della società che finiscono per costruire una famiglia alternativa. Tuttavia il tono è più morbido e fiabesco, quasi da favola contemporanea, interessata meno al conflitto sociale e più alla possibilità di trovare comprensione reciproca in un mondo dominato dall’isolamento. L’ambientazione sudcoreana introduce però alcune novità. La presenza di interpreti come Song Kang-ho e Bae Doona contribuisce a dare al racconto un ritmo leggermente diverso rispetto alle opere giapponesi del regista. Pur restando fedele alla propria sensibilità, Kore-eda sembra assorbire alcune caratteristiche del cinema coreano contemporaneo, più dinamico e orientato al racconto, senza mai rinunciare alla delicatezza che contraddistingue il suo sguardo. Il film non rappresenta forse una svolta radicale nella carriera dell’autore, né aggiunge temi completamente nuovi al suo universo narrativo. Al contrario, appare quasi come una sintesi delle sue ossessioni più ricorrenti: i rapporti familiari non convenzionali, il peso delle scelte morali, la possibilità di una seconda occasione e il valore delle relazioni costruite al di fuori delle strutture sociali tradizionali. Ciò che rende Broker particolarmente efficace è proprio la sua capacità di affrontare questioni complesse attraverso una narrazione semplice e profondamente umana. Dietro la vicenda dei neonati venduti e delle famiglie improvvisate emerge infatti una riflessione universale sull’appartenenza e sul bisogno di essere amati. Kore-eda continua così a smontare l’idea tradizionale di famiglia per ricostruirla su basi più fragili ma anche più autentiche: quelle dei sentimenti.