UN ALTRO GIRO

Un professore annoiato, irriso dagli studenti e apatico in famiglia, prova ad assumere “scientificamente” alcool per migliorare la sua vita: inizialmente l’idea funziona ma poi…
Quello che sembra all’inizio un altro studio su mascolinità, frustrazione e crisi di mezza età si trasforma progressivamente in qualcosa di più aperto e imprevedibile. Vinterberg non costruisce un film a tesi: lascia che il racconto deragli, che perda rigore, proprio come fanno i suoi personaggi. È in questo slittamento che il film trova la sua forza, abbandonando il giudizio per inseguire una forma di vitalismo.
Fondamentale è il lavoro sugli attori. Mikkelsen offre una prova stratificata, capace di passare dalla stasi emotiva a improvvise esplosioni fisiche (non a caso il suo passato da ballerino riaffiora nel finale), mentre Thomas Bo Larsen, Magnus Millang e Lars Ranthe completano un quartetto affiatato, costruito anche sull’improvvisazione e su una forte complicità.
Sotto la superficie narrativa si intrecciano riferimenti filosofici: da Søren Kierkegaard, con la riflessione sull’ansia e sulla consapevolezza del fallimento, fino a una tensione più apertamente nietzschiana verso l’eccesso, il rischio e l’affermazione della vita. L’alcol diventa così un dispositivo ambiguo: strumento di liberazione ma anche di perdita, capace di scardinare convenzioni sociali e allo stesso tempo di condurre alla rovina.
Il film attraversa entrambe le direzioni — entusiasmo e distruzione — senza ricondurle a una morale definitiva. Quando l’esperimento sfugge di mano, emergono le conseguenze: relazioni che si incrinano, lavori che si perdono, vite che si spezzano. Eppure, da questo caos, non nasce una condanna ma una nuova consapevolezza.
Il finale, sorprendentemente luminoso, segna un cambio di prospettiva. Nella danza liberatoria di Martin, sulle note di What a Life, il film approda a un’accettazione piena dell’esistenza, fatta insieme di gioia e dolore. Non c’è redenzione né condanna, ma un sì alla vita nella sua interezza.
Premio Oscar come miglior film internazionale nel 2021.

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