
Ryūsuke Hamaguchi si è imposto come una delle figure più rilevanti del cinema giapponese contemporaneo, capace di rinnovare la tradizione nazionale attraverso uno sguardo attento ai rapporti umani, al caso e alla ricerca di significato. Dopo il successo di Wheel of Fortune and Fantasy, il 2021 segna la sua consacrazione internazionale con Drive My Car, presentato a Cannes e accolto con grande entusiasmo dalla critica. Pur essendo già al suo ottavo lungometraggio, Hamaguchi rappresenta una nuova generazione di autori destinata a raccogliere l’eredità di registi come Tsukamoto, Kurosawa, Miike e Kore-eda. Il film riprende alcuni elementi tipici della sua poetica, come la narrazione dilatata e la suddivisione in grandi blocchi temporali, ma concentra l’attenzione soprattutto sul rapporto tra testo, rappresentazione e comunicazione. Partendo liberamente da un racconto di Haruki Murakami tratto da Uomini senza donne, Hamaguchi trasforma la vicenda originale in una riflessione sul lutto, sull’accettazione e sulle relazioni umane costruite non tanto attraverso le parole quanto mediante gesti, silenzi e sensibilità condivise. Al centro della storia vi è Yusuke Kafuku, attore e regista teatrale segnato dalla morte della moglie Oto. La donna, inizialmente presente e vitale, diventa il punto di origine dei molteplici racconti che attraversano il film. Attraverso il teatro, e in particolare l’allestimento di Zio Vanja di Čechov, Kafuku affronta il proprio dolore e quello delle persone che incontra lungo il percorso. Uno degli aspetti più originali dell’opera è l’uso del multilinguismo: gli interpreti recitano in giapponese, coreano, mandarino, filippino e lingua dei segni. Questa scelta supera i confini linguistici tradizionali e pone al centro l’espressione delle emozioni, dimostrando come il sentimento possa essere compreso anche oltre le parole. Allo stesso modo, il rapporto tra Kafuku e la giovane autista Misaki si sviluppa attraverso una comunicazione indiretta e profonda, fondata sulla condivisione delle rispettive ferite interiori. Le prove teatrali assumono una funzione essenziale: non servono soltanto a preparare uno spettacolo, ma diventano un percorso di introspezione. Hamaguchi riflette sul significato autentico del testo, sul dolore, sulla memoria e sulla possibilità di comprendere sé stessi attraverso l’arte. I personaggi sono accomunati da esperienze di perdita e cercano, ciascuno a modo proprio, una forma di riconciliazione con il passato. Attraverso un viaggio che attraversa Tokyo, Hiroshima e Hokkaidō, il regista costruisce un’elegia delicata sulla vita, sulla rappresentazione artistica e sulla necessità di entrare in relazione con gli altri. Drive My Car emerge così come un’opera di grande empatia e profondità, considerata da molti il punto più alto raggiunto finora da Hamaguchi e la conferma definitiva del suo talento autoriale.