PARADISO AMARO

Quanto AMO questo film. Semplicemente meraviglioso. Script e dialoghi perfetti (passare senza soluzione di continuità dal dramma alla commedia e trattare morte, famiglia e amore senza mai scadere nel banale o nel melodrammatico è cosa rara), commento musicale eccezionale (l’impiego di brani tradizionali hawaiani come Wai O Ke Aniani e Hi’ilawe nelle versioni di Sonny Chillingworth, Gabby Pahinui ed Ernest Tavares, alternate a composizioni come Hapuna Sunset, Nani Wai’Ale’Ale e Deep in an Ancient Hawaiian Forest, consente al regista Alexander Payne di mantenere un legame costante con la suggestiva e complessa identità delle isole, la musica non si limita a fare da sfondo, ma diviene parte integrante del racconto, evocando la forza magnetica di un luogo carico di contraddizioni e fascino), regia impeccabile, Clooney mai così bravo (anzi, solo un’altra volta, in Up in the Air, altro titolo venerato), Shailene Woodley favolosa (peccato che la sua carriera non sia decollata come avrebbe meritato). Paradiso amaro oscilla sapientemente tra dramma e commedia, indagando con delicatezza e ironia le relazioni familiari e la quotidianità che, con la sua routine, tende a erodere i legami più profondi. Tratto dall’omonimo romanzo di Kaui Hart Hemmings, il film deve gran parte del suo fascino alla performance di George Clooney, che si cala con naturalezza in un personaggio complesso, il cui percorso è quello di una riscoperta di sé, delle proprie origini e delle responsabilità affettive. Persino il titolo italiano, per una volta, è più efficace di quello originale.

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