
Lo aspettavo ansiosamente e non ha deluso. Alexander Payne si riprende dal passo falso di Downsizing e torna all’assoluta eccellenza di Nebraska, Sideways e ovviamente di Paradiso Amaro, uno dei miei dieci film preferiti di sempre. Lo fa raccontando la storia di tre loser (un professore meschino e frustrato, un ragazzo “ribelle” e una cuoca che ha perso il figlio in Vietnam) costretti a vivere assieme le vacanze natalizie del 1970 in un collegio americano. Come spesso accade nel cinema di Payne, il punto di partenza è semplice ma estremamente efficace. Costretti a trascorrere insieme le vacanze in una scuola quasi deserta, i tre personaggi iniziano lentamente a riconoscere il dolore reciproco. Non si tratta però della classica favola natalizia sulla guarigione emotiva. Payne evita accuratamente ogni facile consolazione e costruisce invece una storia in cui la solidarietà nasce dal riconoscimento delle proprie fragilità. Sfruttando appieno la sceneggiatura PERFETTA di David Hemingson, Payne torna a fare quello sa fare meglio: descrivere minuziosamente i rapporti interpersonali tra esseri umani molto differenti tra di loro, ma accomunati dall’essere fragili e imperfetti. Particolarmente riuscita è la sceneggiatura di David Hemingson, capace di alternare battute pungenti e momenti di grande delicatezza. Paul possiede un repertorio inesauribile di insulti colti per i propri studenti, ma si rivela completamente disarmato quando qualcuno gli mostra gentilezza. È in queste contraddizioni che il film trova la propria verità. Alla fine, The Holdovers è un racconto sulla famiglia scelta piuttosto che su quella biologica. Ma soprattutto è un film sulla delusione come esperienza universale. Payne osserva i suoi personaggi con affetto ma senza indulgenza, riconoscendo il peso delle loro sconfitte senza ridurli a vittime. Il risultato è una commedia malinconica e profondamente umana che riesce a essere divertente, dolorosa e confortante allo stesso tempo. Un film natalizio, sì, ma di quelli che parlano soprattutto agli adulti e alle loro ferite.Una cura per i dettagli maniacale, un humour noir sempre efficace, una regia ferma e una progressione drammatica impeccabile, accompagnano i protagonisti (e gli spettatori) nel processo catartico verso l’accettazione delle rispettive miserie e, forse, la speranza di un futuro migliore.