LA CHIMERA

Alice Rohrwacher è la più visionaria tra gli artisti italiani. Questo non vuol dire che i suoi film siano sempre perfetti o memorabili, ma ha oggettivamente un guizzo in più di altri cineasti forse più celebrati. La Chimera è meno efficace e centrato degli altri suoi titoli recenti, ma indubbiamente il più visionario e coraggioso: una bizzarra storia di tombaroli etruschi negli anni ’80, dove si alternano pezzi di Battiato e Kraftwerk con stornelli tipici del luogo, con un umorale perticone protagonista (l’ottimo Josh O’Connor) e una musa ispiratrice (la ancor più ottima Carol Duarte) che si muovono tra un AO, ANVEDI, NNNAMO, personaggi presentati e abbandonati senza ragione (la Rossellini) tra vita e morte, passato e presente, archeologia e modernità. A Fellini e Pasolini sarebbe piaciuto. La sensazione finale è quindi quella di un film continuamente attraversato da intuizioni magnifiche: la soggettiva della statua che affonda, il primo raggio di sole che penetra in una tomba rimasta chiusa per millenni, il rapporto quasi medianico tra Arthur e il sottosuolo. Momenti nei quali Rohrwacher riesce davvero a trasformare il cinema in una macchina capace di vedere l’invisibile. Per questo La chimera appare come un’opera affascinante anche nelle sue imperfezioni. Un film che cerca costantemente di sollevarsi in volo ma che, come il suo protagonista, rimane sospeso tra la nostalgia di ciò che ha perduto e l’impossibilità di abbandonare completamente il terreno del reale. Proprio in questa tensione irrisolta risiede forse il suo fascino più autentico.Davvero un prendere o lasciare, io prendo.

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