20 DAYS IN MARIUPOL


Girato durante i primi venti giorni dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio e marzo 2022, il film segue Chernov, il fotografo Evgeniy Maloletka e la produttrice Vasilisa Stepanenko all’interno di Mariupol, una delle città che più duramente hanno subito l’assedio russo. La struttura è quella di un reportage quasi cronologico, costruito a partire da circa venticinque ore di materiale raccolto sul campo, gran parte del quale non sarebbe mai stato mostrato nei normali servizi televisivi.
La forza del documentario deriva proprio dalla sua adesione alla realtà. Chernov evita qualsiasi costruzione spettacolare e lascia che siano le immagini a parlare. L’inizio è quasi disorientante nella sua normalità: strade, edifici e quartieri appaiono ancora intatti, mentre piccoli segnali – una colonna di fumo all’orizzonte, una donna in lacrime che vaga senza sapere dove andare – annunciano l’arrivo della catastrofe. Progressivamente la guerra invade ogni spazio, trasformando la città in un paesaggio di macerie, privazioni e paura.
Uno degli aspetti più impressionanti del film è la rappresentazione del caos informativo. In una città assediata, dove elettricità, acqua e connessioni vengono progressivamente meno, distinguere i fatti dalle voci diventa quasi impossibile. Anche i giornalisti, pur avendo accesso privilegiato agli eventi, si trovano costretti a navigare tra notizie contraddittorie, propaganda e disinformazione. In questo senso 20 Days in Mariupol non racconta soltanto una guerra militare ma anche una guerra delle immagini e delle narrazioni. Come accade per documentari fondamentali quali Shoah di Claude Lanzmann* o For Sama, la visione risulta spesso quasi insostenibile. Non perché il film indulga nell’orrore, ma perché rifiuta di proteggere lo spettatore dalla realtà. La frase pronunciata da Chernov verso la fine — «È doloroso da guardare, ma deve essere doloroso da guardare» — riassume perfettamente l’etica dell’opera.
20 Days in Mariupol è quindi molto più di un resoconto giornalistico. È un documento storico destinato a conservare la memoria di eventi che qualcuno ha tentato di negare, distorcere o cancellare. Un film devastante, necessario e difficilmente dimenticabile, che dimostra come il cinema documentario possa ancora svolgere una funzione essenziale: testimoniare ciò che è accaduto quando il mondo rischia di voltarsi dall’altra parte.

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