
Potentissimo esordio alla regia dell’ottimo Riondino, per certi versi sorprendente, che racconta le vicende della Palazzina LAF, un ufficio isolato rispetto agli impianti dell’Ilva di Taranto, dove vengono “stoccati” i dipendenti de-mansionati, che passano le giornate a non far nulla. Una vicenda kafkiana e assurda, avvenuta alla fine degli anni ’90, che vede protagonisti Riondino (operaio che accetta di far “la talpa” antisindacalista all’interno della LAF) e Germano (come al solito incredibile e quasi deforme, dentro e fuori, nell’intepretare il medio dirigente aziendalista che complotta contro i dipendenti). Alcuni passaggi sono da applausi per ferocia e inventiva e Riondino dimostra una incredibile maturità nello scansare ogni retorica e utilizzare all’occorrenza una massiccia dose di humour noir per definire e descrivere personaggi e circostanze. Alla fine Palazzina LAF si rivela non soltanto un film sull’ILVA o sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto l’azienda, ma una riflessione più ampia sul rapporto tra potere e lavoro, sulla manipolazione delle persone e sulla possibilità di recuperare una coscienza collettiva in un mondo che tende costantemente a frammentarla. Come esordio registico, è probabilmente uno dei più significativi del cinema italiano degli ultimi anni: un’opera imperfetta ma coraggiosa, animata da una forte urgenza civile e da uno sguardo personale che lascia intravedere in Riondino non soltanto un attore prestato alla regia, ma un autore con una precisa visione del cinema e della realtà che vuole raccontare.