QUI RIDO IO

Con Qui rido io, Mario Martone firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, tornando a quella capacità di intrecciare riflessione storica e sguardo sul presente che aveva caratterizzato le sue opere migliori. Attraverso la figura di Eduardo Scarpetta, interpretato da un magnifico Toni Servillo, il regista non realizza soltanto un biopic dedicato a uno dei grandi protagonisti del teatro napoletano, ma costruisce una riflessione più ampia sul rapporto tra arte, tradizione e cambiamento. Fin dalle prime scene appare evidente come Martone utilizzi il passato per parlare dell’oggi. Il teatro diventa il luogo in cui si confrontano visioni opposte della cultura: da una parte l’arte popolare, vitale e irriverente incarnata da Scarpetta; dall’altra le nuove tendenze artistiche che aspirano a una maggiore rispettabilità e solennità. Dietro questo scontro si intravede una riflessione sul rischio di trasformare la cultura in un esercizio autoreferenziale, dimenticandone la capacità di dialogare con il pubblico. Il film racconta un artista nel momento in cui comprende che il proprio tempo sta finendo. Scarpetta, dopo aver rivoluzionato il teatro napoletano sostituendo la tradizione di Pulcinella con il personaggio di Felice Sciosciammocca, si trova improvvisamente nella posizione di chi deve difendersi dall’avanzare di una nuova generazione. La celebre causa legale nata dalla parodia de La figlia di Iorio assume così un significato che va oltre la cronaca: diventa il simbolo del conflitto eterno tra innovazione e conservazione, tra chi vuole abbattere un modello e chi teme di essere cancellato dalla storia. Martone evita però ogni forma di celebrazione agiografica. Scarpetta emerge come una figura complessa, brillante e autoritaria, capace di grandi intuizioni artistiche ma anche di profonde contraddizioni private. Attorno a lui si muove una famiglia allargata, composta da figli riconosciuti e non riconosciuti, attori, collaboratori e futuri protagonisti della scena italiana. In questo mosaico familiare si intravedono già le radici della futura grandezza dei fratelli De Filippo, pur senza che il film trasformi la loro presenza in una semplice operazione nostalgica. Uno degli aspetti più interessanti dell’opera è il modo in cui il teatro viene rappresentato come un organismo vivo, continuamente costretto a reinventarsi. La parabola di Scarpetta mostra come ogni rivoluzione culturale finisca inevitabilmente per essere sostituita da un’altra e come nessuna forma artistica possa sottrarsi al trascorrere del tempo. Il protagonista comprende progressivamente di essere diventato ciò che lui stesso aveva combattuto in gioventù: una figura simbolica appartenente a un’epoca destinata a tramontare. La lunga sequenza del processo rappresenta il vertice del film. Qui il confronto tra diritto e libertà artistica si trasforma in una difesa appassionata del valore della creazione e del diritto alla parodia. Attraverso Scarpetta, Martone rivendica un’idea di arte libera da vincoli e gerarchie, capace di mettere in discussione l’autorità culturale e di rinnovare continuamente il proprio linguaggio. Più che un semplice racconto biografico, Qui rido io diventa così una meditazione sulla memoria culturale e sul dialogo costante tra passato e presente. La celebre affermazione secondo cui Dante è sempre vivo sintetizza perfettamente il senso dell’opera: i grandi artisti continuano a parlare attraverso il tempo e ogni generazione è chiamata a confrontarsi con la loro eredità. Martone realizza così un film che riflette sulla fine di un’epoca ma, allo stesso tempo, sulla permanenza dell’arte e della sua capacità di attraversare la storia.

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