
È stata la mano di Dio rappresenta il ritorno più personale di Paolo Sorrentino a Napoli e alla propria storia. Il film nasce dal trauma della perdita dei genitori e trasforma il ricordo autobiografico in una riflessione universale sulla crescita, sul dolore e sulla necessità di raccontare. Attraverso la figura di Fabietto Schisa, alter ego del regista, Sorrentino ricostruisce la Napoli degli anni Ottanta come luogo di contraddizioni, dove tragedia e comicità, sacro e profano, vita e morte convivono costantemente. Napoli diventa il vero cuore dell’opera. È una città sospesa tra il mare e il mito di Diego Armando Maradona, simbolo di riscatto popolare e figura quasi religiosa. Il mare, elemento ricorrente del film, assume un valore simbolico profondo: rappresenta le origini, il cambiamento e il fluire dell’esistenza. Attraverso di esso Sorrentino abbandona gran parte del suo abituale manierismo visivo per adottare uno sguardo più intimo e sincero, affidando ai luoghi e ai ricordi la forza evocativa della narrazione. La prima parte del film è dominata dal ritratto della famiglia Schisa, raccontata come una comunità affettuosa ma caotica, capace di trasformare la quotidianità in una continua rappresentazione teatrale. I genitori di Fabietto emergono come figure centrali: la madre è tratteggiata con amore e autenticità, mentre il padre appare affettuoso ma incapace di comprendere pienamente il mondo interiore del figlio. Attorno a loro ruota una galleria di parenti eccentrici che contribuisce a costruire un universo familiare ricco di ironia, malinconia e vitalità. Quando la tragedia irrompe improvvisamente, il film cambia tono e diventa il racconto di una perdita devastante. Sorrentino evita il melodramma e affronta il lutto con misura, mostrando come il dolore possa convivere con il ricordo della felicità e persino con il sorriso. La celebre battuta iniziale citata nella recensione sintetizza proprio questa visione: la vita è crudele e imprevedibile, ma l’unico modo per continuare a viverla è accettarne le contraddizioni e trovare la forza di ridere anche nelle situazioni più dolorose. L’ultima parte del film segue la trasformazione di Fabietto verso l’età adulta. Dopo la perdita, il protagonista comprende che il cinema può diventare uno strumento per dare forma al dolore e trovare un senso alla propria esperienza. In questo percorso assume un ruolo decisivo la figura di Antonio Capuano, presentato come un maestro capace di spingere il giovane a cercare la propria voce artistica e ad affrontare la vita con coraggio. Il film riflette anche sul valore della narrazione e dell’arte. Cinema, teatro e calcio vengono presentati come forme diverse di racconto, strumenti attraverso cui l’essere umano cerca di comprendere sé stesso e il mondo. Attraverso il cinema, Fabietto riesce a trasformare il trauma in espressione creativa e a ricostruire la propria identità.È un film che racconta come dalla sofferenza possa nascere una vocazione e come il ritorno alle proprie radici possa diventare il punto di partenza per comprendere chi si è realmente: un’autobiografia che diventa ritratto generazionale, dichiarazione d’amore a Napoli e riflessione sulla memoria.