
Un giovane maestro spera di essere assegnato a Istanbul dopo aver passato anni a insegnare in un piccolo villaggio, senza fortuna. Un amico e una donna cambieranno però la sua prospettiva di vita…
Fluviale e davvero impegnativo (3 ore e 10, ho dovuto spezzarlo in tre visioni causa “eccessiva densità”), ma assolutamente clamoroso (incredibile che non sia rientrato nel listone dei 15 film come miglior film internazionale, ma quest’anno è dura per tutti).Chi conosce il cinema di Ceylan sa che la trama non è mai il vero centro dell’opera. L’indagine scolastica rimane sullo sfondo e non conduce a rivelazioni clamorose. Ciò che interessa al regista è osservare come questo episodio agisca da detonatore per mettere a nudo le contraddizioni dei personaggi. Il protagonista inizia a rivelare sempre più chiaramente il proprio malessere esistenziale, il proprio bisogno di essere ammirato e la propria incapacità di accettare il fallimento. Un film filosofico ed esistenzialista, con dialoghi impeccabili, schietti e verosimili (quello durante la cena tra il protagonista e la ragazza con lui, pessimista/nichilista assoluto, e lei, proattiva e indomita è il migliore degli ultimi tempi), idee di regia geniali (lui che “esce” letteralmente dalla scena quando il personaggio “evolve”), due personaggi femminili e uno maschile memorabili e, su tutto, la Natura, spietata e asettica, che osserva immutabile le risibili vicende umane. Come nei migliori romanzi di Anton Čechov, cui il cinema di Ceylan è spesso accostato, non esistono grandi colpi di scena né risoluzioni definitive. Le persone continuano a vivere, a discutere, a sbagliare e a ferirsi reciprocamente. Le tensioni non esplodono mai davvero, ma nemmeno si risolvono. Il film procede per accumulo di dialoghi, osservazioni e sfumature psicologiche, costruendo progressivamente un ritratto straordinariamente ricco della fragilità umana. About Dry Grasses è un’opera esigente ma profondamente coinvolgente, che trova la propria forza nella capacità di trasformare una vicenda apparentemente ordinaria in una riflessione universale sull’insoddisfazione, sull’ego e sul bisogno di dare significato alla propria esistenza. Ancora una volta, Ceylan dimostra di essere uno dei pochi registi contemporanei capaci di coniugare profondità letteraria, rigore formale e autentica complessità morale.