
Con Argentina, 1985, Santiago Mitre affronta uno degli eventi più significativi della storia recente dell’Argentina: il processo che portò sul banco degli imputati i responsabili della dittatura militare guidata da Jorge Rafael Videla. Più che un film politico in senso stretto, l’opera si presenta come un efficace legal drama che utilizza i meccanismi del cinema processuale per raccontare la difficile costruzione della democrazia dopo anni di repressione e violenza. Al centro della vicenda troviamo il procuratore Julio Strassera, interpretato da un eccellente Ricardo Darín, chiamato a guidare l’accusa in un processo che appare fin dall’inizio quasi impossibile. Mitre costruisce il personaggio secondo il modello classico dell’eroe riluttante: un uomo consapevole dei rischi, inizialmente restio ad assumersi una responsabilità enorme, che finisce però per diventare il simbolo di una battaglia più grande di lui. Accanto a Strassera emerge la figura del giovane Luis Moreno Ocampo, interprete di una nuova generazione chiamata a confrontarsi con le colpe e le omissioni dei propri padri. Uno degli aspetti più riusciti del film è il modo in cui intreccia continuamente dimensione pubblica e privata. Le tensioni familiari di Strassera, le paure legate alle minacce ricevute e il clima di incertezza che permea la società argentina trovano un costante riflesso nelle dinamiche del processo. Il racconto mostra come la dittatura continui a influenzare la vita quotidiana anche dopo la sua caduta, lasciando dietro di sé un paese ancora attraversato da divisioni, timori e rancori. Mitre sceglie inoltre di alleggerire il tono con frequenti momenti di ironia e umorismo. Questa scelta rende il film particolarmente accessibile e coinvolgente, permettendo allo spettatore di seguire con facilità una materia storica complessa. Tuttavia proprio questa leggerezza rappresenta anche l’aspetto più controverso dell’opera. In più occasioni il racconto sembra evitare deliberatamente di soffermarsi troppo a lungo sugli aspetti più traumatici della dittatura, preferendo privilegiare il ritmo narrativo e l’intrattenimento. Le atrocità del regime emergono soprattutto attraverso le testimonianze delle vittime e nelle sequenze dedicate alla raccolta delle prove. È qui che il film trova i suoi momenti più potenti, culminando nel processo vero e proprio e nell’emozionante arringa finale di Strassera. In queste scene Mitre abbandona la leggerezza iniziale e restituisce tutta la gravità storica degli eventi, ricordando il prezzo umano pagato dall’Argentina durante gli anni della repressione. Sul piano stilistico la regia si mantiene sempre elegante e funzionale al racconto. La messa in scena evita virtuosismi eccessivi e privilegia la chiarezza narrativa, affidandosi soprattutto alla forza dei dialoghi e alle interpretazioni. In questo senso Argentina, 1985 appare meno interessato alla sperimentazione autoriale che alla costruzione di un’opera capace di raggiungere il pubblico più ampio possibile. Il risultato è un film che funziona contemporaneamente come ricostruzione storica, dramma giudiziario e racconto civile.
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