
Una ragazza, mentre torna a casa da sola in piena notte dopo aver partecipato ad una festa, viene aggredita e bruciata viva. Un giovane investigatore prova a dare un volto all’assassino…
Uno di quei thriller/polizieschi che si girano una volta ogni vent’anni, non solo per la capacità di catturare l’attenzione dello spettatore (che peraltro viene informato fin dai titoli di testa che no, il colpevole non sarà mai scoperto), ma per il taglio “esistenzialista” che aumenta il suo peso nella storia, a mano a mano che le indagini proseguono. Al centro del racconto troviamo Yohan Vivès, giovane capitano della polizia giudiziaria che si confronta con un caso destinato a perseguitarlo negli anni. Come accadeva con Laura Palmer in Twin Peaks, la vittima finisce per assumere una dimensione quasi mitica: più l’indagine procede, più Clara sembra sfuggire a qualsiasi definizione, lasciando dietro di sé soltanto domande e ossessioni. L’aspetto più interessante del film emerge però nell’analisi dell’universo maschile che circonda il delitto. Quasi tutti gli uomini che entrano in contatto con Clara appaiono potenziali sospettati, non tanto perché necessariamente colpevoli, quanto perché immersi in una cultura che normalizza possesso, aggressività e controllo. Il film evita semplificazioni e non riduce il problema a pochi individui deviati: ciò che viene messo sotto accusa è un sistema di relazioni e comportamenti che rende possibile la violenza. Anche la polizia non viene rappresentata come un’istituzione neutrale. Gli investigatori stessi mostrano pregiudizi, battute sessiste e difficoltà nel comprendere pienamente la vita della vittima. In questo modo Moll costruisce un racconto che interroga continuamente il rapporto tra chi osserva e ciò che viene osservato, tra chi indaga e il contesto sociale che produce il crimine. Dal punto di vista stilistico, La notte del 12 si distingue per la sua sobrietà. Moll rinuncia a virtuosismi e colpi di scena spettacolari, affidandosi a una regia rigorosa e a una sceneggiatura solida che segue con precisione le procedure investigative. L’ambientazione alpina, apparentemente tranquilla, contribuisce a creare un senso di inquietudine crescente, trasformando Grenoble e i suoi dintorni in un luogo dove la normalità nasconde tensioni profonde. Il risultato è un film che appartiene a quella tradizione del cinema medio europeo sempre più rara: opere capaci di coniugare intrattenimento, rigore narrativo e riflessione sociale. Pur rimanendo fedele ai codici del poliziesco classico, La notte del 12 utilizza il genere per interrogarsi sulla contemporaneità e sulle forme della violenza che attraversano la società. Più che la storia di un omicidio irrisolto, il film diventa così il ritratto di una comunità incapace di comprendere fino in fondo le radici della propria stessa brutalità.