AUTOBIOGRAPHY

Un ragazzo, senza famiglia, trova conforto sotto l’ala protettiva di un politico locale che si rivela spietato e amorale.
Interessante debutto alla regia di Makbul Mubarak, che costruisce una storia un po’ prevedibile, basata sul “fascino del male” che il potente esercita nei confronti del ragazzo, ma costellata di informazioni utili a capire meglio perché le cose vanno come vanno in quella parte del mondo (epifanica in questo senso l’idea delle dinastie parallele: quella dei potenti, sempre gli stessi, e quella degli eredi degli “aiutanti” che li assistono, tipo casta). Attraverso questa vicenda, Mubarak costruisce una riflessione sulla trasmissione del potere e sulla persistenza delle strutture autoritarie. Purna non è soltanto un individuo, ma l’incarnazione di una classe dirigente formatasi durante la dittatura militare indonesiana. Il progetto industriale che promuove, destinato a espropriare le terre degli abitanti locali, diventa il simbolo di un potere che continua a imporre le proprie decisioni senza reale opposizione. Le procedure democratiche appaiono come una semplice facciata dietro cui sopravvivono logiche autoritarie mai realmente superate. Sul piano visivo, il direttore della fotografia Wojciech Staroń costruisce immagini dense e stratificate. I personaggi vengono spesso osservati attraverso finestre, grate, riflessi o altri ostacoli che ne limitano la visibilità, suggerendo una realtà opaca e difficile da decifrare. Questa scelta formale rafforza il senso di intrappolamento morale che accompagna la parabola di Rakib. Atmosferico, inquieto e politicamente lucido, Autobiography utilizza il racconto di una corruzione morale individuale per interrogare la memoria collettiva di un paese. Mubarak realizza così un’opera che riflette sulla difficoltà di fare i conti con un passato traumatico e sulla tentazione, sempre presente, di diventare simili a ciò che si vorrebbe combattere. L’Indonesia lo manda agli Oscar 2024 come miglior film internazionale.

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