CLOSE

Con Close, il regista Lukas Dhont conferma il talento già emerso con Girl e realizza uno dei più intensi racconti sull’adolescenza degli ultimi anni. Premiato con il Grand Prix al Festival di Cannes e candidato all’Oscar come miglior film internazionale, il lungometraggio affronta temi delicati come l’amicizia, l’identità, la pressione sociale e il senso di colpa attraverso uno sguardo di straordinaria sensibilità e misura. Protagonisti della storia sono Léo e Rémi, due tredicenni legati da un’amicizia profonda e totalizzante. I due condividono ogni momento della loro quotidianità, vivendo un rapporto caratterizzato da una spontaneità e una complicità che sembrano escludere il resto del mondo. Dhont descrive questa unione con immagini luminose e piene di vitalità, trasformando i campi di fiori, le corse e i giochi in simboli di un’età ancora libera dalle convenzioni e dai giudizi esterni. L’equilibrio si spezza quando l’ingresso nella scuola secondaria porta con sé lo sguardo degli altri. Alcuni compagni iniziano a interrogarsi sulla natura del loro rapporto, insinuando dubbi e aspettative legate ai modelli tradizionali di mascolinità. È in quel momento che Léo, spaventato dalla possibilità di essere percepito come diverso, comincia ad allontanarsi dall’amico, cercando rifugio in attività e comportamenti che lo facciano apparire più conforme agli stereotipi maschili dominanti. Il film affronta così uno dei suoi temi centrali: il peso delle aspettative sociali durante l’adolescenza. Dhont non si concentra tanto sull’orientamento sessuale dei protagonisti quanto sulla violenza invisibile delle etichette e dei modelli imposti. Léo non rifiuta Rémi per ciò che prova, ma per la paura di ciò che gli altri potrebbero pensare di lui. È una dinamica sottile e dolorosa che il regista racconta senza mai ricorrere a spiegazioni esplicite o facili semplificazioni. La grande forza di Close risiede proprio nella sua capacità di suggerire anziché dichiarare. La sceneggiatura evita accuratamente i dialoghi didascalici e lascia che siano gli sguardi, i silenzi e i piccoli gesti a raccontare il cambiamento del rapporto tra i due ragazzi. Dhont si affida completamente ai suoi giovani interpreti, Eden Dambrine e Gustav De Waele, entrambi straordinariamente naturali e credibili, capaci di trasmettere emozioni profonde senza mai eccedere. Quando la vicenda assume toni più tragici, il film mantiene una notevole compostezza. Anche i momenti più drammatici sono raccontati con discrezione, evitando qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore. Questa scelta rende ancora più devastante l’impatto emotivo della storia, che si sviluppa attraverso l’elaborazione della perdita, del rimorso e della difficoltà di comprendere fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni. Particolarmente significativa è la figura della madre di Rémi, interpretata da Émilie Dequenne. Il rapporto che si crea tra lei e Léo dopo la tragedia diventa uno degli elementi più toccanti del film, permettendo a Dhont di esplorare il dolore da prospettive differenti senza mai cadere nel sentimentalismo. Sul piano formale, la regia si distingue per l’intimità dello sguardo. La macchina da presa segue i protagonisti da vicino, catturandone movimenti, esitazioni e trasformazioni interiori con una delicatezza quasi documentaristica. A completare il quadro contribuisce la colonna sonora di Valentin Hadjadj, che accompagna il racconto con temi malinconici e sospesi, amplificando il senso di nostalgia e perdita che attraversa l’intero film. Close è un’opera di rara sensibilità, capace di raccontare la fragilità dell’adolescenza senza retorica e senza giudizi. Dhont realizza un film doloroso ma profondamente umano, che riflette sul prezzo dell’appartenenza, sulla paura della diversità e sulla difficoltà di restare fedeli a sé stessi quando il mondo inizia a osservarti. Un racconto di formazione intenso e commovente, che lascia un segno profondo proprio grazie alla sua apparente semplicità.

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