CONCRETE UTOPIA

Dai un genere cinematografico qualsiasi in mano a un coreano e lui te lo smonterà pezzo per pezzo e clichè per clichè, per ricostruirlo a formare qualcosa di completamente nuovo. Presentato come candidato della Corea del Sud all’Oscar internazionale 2024, il film si inserisce idealmente nella tradizione di opere come Snowpiercer, Squid Game e The King of Pigs, accomunate dall’analisi feroce delle disuguaglianze sociali e delle dinamiche di esclusione. L’ambientazione è tanto semplice quanto efficace. Una catastrofe mai completamente spiegata ha distrutto Seoul, lasciando miracolosamente intatto un solo complesso residenziale: gli Hwang Gung Apartments. Attorno a questo edificio sopravvissuto si organizza rapidamente una nuova società, che trasforma un condominio in una microscopica città-stato. Fin dalle prime battute appare evidente che la vera minaccia non proviene dalle macerie o dalla devastazione esterna, bensì dagli stessi sopravvissuti. Il film utilizza la fantascienza come allegoria della recente bolla immobiliare sudcoreana. In una società dove la proprietà di una casa rappresenta sempre più un privilegio e uno strumento di distinzione sociale, il condominio diventa una metafora perfetta delle gerarchie economiche contemporanee. Gli appartamenti non sono semplicemente luoghi in cui abitare: diventano il fondamento di una nuova cittadinanza esclusiva. Chi possiede un appartamento è considerato legittimo membro della comunità; chi ne è privo viene ridotto a invasore, parassita o nemico. Accanto alla critica del capitalismo immobiliare, il film sviluppa anche una riflessione più ampia sui meccanismi del potere politico. Pur proclamando l’uguaglianza tra residenti, la comunità finisce per costruire un vero e proprio culto della personalità attorno a Kim. La sua figura assume tratti quasi messianici, sostenuta da una narrazione collettiva che trasforma eventi ordinari in leggende fondative. Il film suggerisce che ogni sistema di potere tende a legittimarsi attraverso il mito e che le società, soprattutto nei momenti di crisi, mostrano una sorprendente disponibilità a credere a tali narrazioni. Se nella prima parte prevalgono toni grotteschi e un umorismo tipicamente coreano, progressivamente l’atmosfera si fa sempre più cupa e soffocante. Attraverso il personaggio di Myung-hwa, interpretato da Park Bo-young, emergono le contraddizioni e le menzogne che sostengono l’autorità del leader. Ciò che inizialmente appare come una comunità organizzata e razionale rivela gradualmente la propria natura fragile e profondamente violenta. La vera forza di Concrete Utopia risiede nella sua capacità di mostrare come le catastrofi non creino necessariamente mostri, ma rendano visibili quelli già presenti nelle strutture sociali. La distruzione di Seoul non genera nuove gerarchie: amplifica semplicemente quelle esistenti. Dietro il racconto apocalittico si nasconde quindi una riflessione amarissima sulla proprietà privata, sulla paura dell’altro e sulla facilità con cui gli esseri umani costruiscono confini morali per giustificare privilegi e sopraffazioni.

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