
“Lamentarsi è pregare il diavolo”
Con DogMan, Luc Besson torna a uno dei territori che gli sono più congeniali: quello degli emarginati, dei personaggi feriti che cercano una forma di redenzione in un mondo ostile. Il risultato è un film eccessivo, melodrammatico e a tratti improbabile, ma anche sorprendentemente coinvolgente, capace di fondere registri molto diversi senza perdere una propria identità. Come spesso accade nel cinema di Besson, l’accumulo prevale sulla sottrazione, ma questa volta la formula funziona.
Protagonista assoluto è Doug, interpretato da uno straordinario Caleb Landry Jones, che sostiene praticamente da solo l’intera impalcatura emotiva del film. Segnato da un’infanzia di abusi e violenze, Doug vive ai margini della società insieme ai suoi inseparabili cani, trovando in loro quella lealtà e quell’affetto che gli esseri umani gli hanno quasi sempre negato. La sua è una figura tipicamente bessoniana: un outsider romantico, fragile e insieme capace di una forza inattesa.
Il film mescola continuamente elementi che sulla carta sembrerebbero inconciliabili. Favola animale, melodramma, thriller criminale, racconto queer e tragedia personale convivono all’interno dello stesso racconto. Besson alterna scene di tenera complicità tra Doug e i suoi cani a improvvise esplosioni di violenza, passando attraverso momenti di ironia, citazioni teatrali e omaggi musicali a Édith Piaf. Un miscuglio che avrebbe potuto facilmente sfuggire di mano, ma che riesce invece a mantenere una sua coerenza emotiva.
Al centro del film c’è soprattutto una riflessione sulla violenza maschile e sulle sue conseguenze. Le figure paterne appaiono come presenze oppressive e distruttive, incapaci di offrire protezione o amore. Al contrario, sono i personaggi femminili a rappresentare le poche possibilità di salvezza: una madre troppo fragile per opporsi davvero al male e una psicologa che, attraverso l’ascolto e l’empatia, offre a Doug la possibilità di raccontare la propria storia.
Molto interessante è anche il ruolo della cultura all’interno del percorso del protagonista. Per Doug la lettura, il teatro e l’immaginazione non sono semplici passioni, ma strumenti di sopravvivenza. Le opere di Shakespeare, i personaggi che interpreta e le identità che assume diventano una forma di resistenza contro una realtà segnata dalla brutalità e dall’abbandono. La maschera non serve a nascondersi, ma a continuare a esistere.
Non mancano riferimenti a opere recenti come Joker, soprattutto nella rappresentazione di un protagonista escluso e progressivamente schiacciato dalla società. Tuttavia Besson preferisce percorrere una strada più sentimentale e favolistica, lasciando spazio a momenti quasi surreali in cui i cani diventano complici di rapine, fughe e vendette improbabili ma irresistibili.
Dal punto di vista visivo, DogMan è un film che non conosce mezze misure. Besson abbraccia il melodramma fino alle estreme conseguenze, costruendo immagini spesso enfatiche ma sempre sincere. Il racconto assume progressivamente una dimensione quasi mitologica, trasformando Doug in una sorta di martire moderno che trova nella sofferenza una forma di elevazione spirituale.
Pur con qualche eccesso e alcune soluzioni narrative discutibili, DogMan rappresenta uno dei lavori più convincenti di Luc Besson degli ultimi anni. Un film imperfetto ma generoso, che alterna tenerezza e violenza, ironia e tragedia, riuscendo a costruire una favola oscura sulla solitudine, l’emarginazione e il bisogno universale di essere amati. E, soprattutto, un magnifico veicolo per il talento di Caleb Landry Jones, finalmente protagonista assoluto di un’opera all’altezza delle sue capacità.