
Con EO, il veterano regista Jerzy Skolimowski realizza una delle opere più singolari e poetiche della sua carriera, ispirandosi liberamente a Au hasard Balthazar di Robert Bresson. Più che un remake o un omaggio diretto, il film rappresenta una rilettura contemporanea del capolavoro bressoniano, trasformando il viaggio di un asino attraverso l’Europa moderna in una riflessione sul rapporto tra esseri umani, natura e sofferenza. Protagonista assoluto è EO, un asino che, dopo la chiusura del circo in cui viveva, viene trascinato da una situazione all’altra, passando di mano in mano e attraversando ambienti profondamente diversi. Nel corso del suo percorso incontra allevatori, tifosi di calcio, criminali, aristocratici e persone comuni, diventando involontariamente testimone delle contraddizioni, delle violenze e delle fragilità della società contemporanea. Come accadeva nel film di Bresson, l’animale diventa una sorta di osservatore silenzioso dell’umanità. Tuttavia Skolimowski evita qualsiasi forma di antropomorfismo esplicito. EO non parla, non esprime giudizi e non viene trasformato in un simbolo morale univoco. Lo spettatore è continuamente portato a interrogarsi su ciò che vede: stiamo davvero comprendendo il punto di vista dell’animale oppure stiamo semplicemente proiettando su di lui le nostre emozioni e i nostri significati? È proprio questa ambiguità a rendere il film particolarmente affascinante. EO attraversa il mondo senza appartenere a nessuno dei sistemi morali, politici o sociali che incontra. La sua innocenza non deriva da una scelta etica, ma dalla sua stessa natura. In questo senso il film suggerisce una prospettiva radicale: forse gli esseri umani non sono il centro dell’universo e forse il nostro modo di interpretare il mondo appare altrettanto incomprensibile a un’altra forma di vita quanto quella animale appare a noi. Pur mantenendo una struttura narrativa essenziale, EO colpisce soprattutto per la sua straordinaria dimensione visiva. Skolimowski costruisce immagini potenti e spesso visionarie, alternando realismo e momenti quasi onirici. La fotografia utilizza colori saturi, luci artificiali e movimenti di macchina inconsueti per creare una percezione del mondo che sembra filtrata attraverso una sensibilità diversa da quella umana. Il risultato è un’esperienza immersiva che trasforma il viaggio dell’asino in una sorta di odissea sensoriale. Il film assume inoltre una dimensione allegorica e spirituale. L’asino è un animale profondamente radicato nell’immaginario religioso occidentale, associato tanto alla nascita quanto alla passione di Cristo. Skolimowski richiama implicitamente questa tradizione senza mai renderla esplicita, conferendo al protagonista una dignità quasi sacrale. EO attraversa sofferenze, soprusi e umiliazioni mantenendo una presenza muta e resistente che richiama figure di martiri o pellegrini. Non manca una critica alla società contemporanea, soprattutto al modo in cui gli esseri umani trattano gli animali e più in generale ciò che percepiscono come inferiore o privo di voce. Tuttavia il film evita la retorica animalista più prevedibile, preferendo lasciare che siano le immagini e le situazioni a suscitare interrogativi morali nello spettatore. EO è un’opera insolita, a tratti enigmatica e volutamente sfuggente. Skolimowski realizza un film che alterna tenerezza e crudeltà, realismo e astrazione, costruendo una parabola malinconica sulla condizione umana osservata da una prospettiva inaspettata. Un racconto poetico e profondamente pessimista che, attraverso il viaggio di un semplice asino, invita a riflettere sui limiti della nostra comprensione del mondo e sul fragile confine che separa l’uomo dal resto della natura.