KLONDIKE

Guerra Russo/Ucraina. No, non quella attuale, ma quella iniziata nel 2014. Un colpo di artiglieria sfonda il muro di una casa circondata dal nulla, dove abitano marito (alcolizzato) e moglie (incinta). Il buco diventa lo specchio e lo schermo per osservare il reale impatto che il conflitto ha sulle persone normali.
Pur prendendo avvio dall’abbattimento del volo Malaysia Airlines Flight 17 abbattuato nel luglio 2014, il film utilizza quell’evento come punto di partenza per raccontare la progressiva dissoluzione della normalità in una regione già travolta dalla guerra.
Al centro della vicenda vi sono Irka e Tolik, una coppia che vive in una fattoria nel Donbass orientale mentre il conflitto tra esercito ucraino e forze separatiste filorusse si intensifica attorno a loro. Irka è incinta di sette mesi e cerca disperatamente di preservare una parvenza di quotidianità, mentre il mondo che la circonda precipita sempre più rapidamente nel caos. La guerra non arriva come un evento improvviso, ma si insinua gradualmente nelle loro vite, distruggendo ogni possibilità di separare la sfera privata da quella collettiva.
Uno degli elementi simbolici più potenti del film è il grande squarcio che si apre nella parete della loro casa dopo un’esplosione. Quel vuoto non rappresenta soltanto un danno materiale, ma diventa la metafora di un’intimità violata e dell’impossibilità di trovare rifugio in un contesto dominato dalla violenza. La casa, tradizionalmente luogo di protezione e sicurezza, si trasforma in uno spazio esposto e vulnerabile, proprio come i suoi abitanti.
Il grande merito di Er Gorbach consiste nell’evitare ogni forma di semplificazione ideologica. Pur mostrando chiaramente gli effetti devastanti del conflitto, il film non si limita a dividere il mondo in vittime e carnefici. Al contrario, esplora una realtà in cui le identità si polarizzano progressivamente, costringendo gli individui a schierarsi mentre ogni possibilità di dialogo sembra dissolversi. La guerra appare così come un processo di disumanizzazione collettiva che travolge chiunque vi si trovi coinvolto.
Particolarmente significativa è la figura di Irka, autentico fulcro morale del racconto. In un universo dominato dalla logica maschile della violenza, delle armi e dei nazionalismi, la protagonista rappresenta una forza opposta, legata alla vita, alla maternità e alla resistenza quotidiana. La sua ostinazione nel restare, nel continuare a vivere e nel difendere la propria casa assume progressivamente una dimensione politica oltre che personale.
Sul piano visivo, Klondike colpisce per l’uso di lunghi piani sequenza e campi lunghi che sottolineano l’isolamento dei personaggi all’interno di un paesaggio apparentemente sconfinato. La regista alterna queste immagini aperte a intensi primi piani dedicati soprattutto a Irka, creando un contrasto continuo tra la vastità del contesto storico e la fragilità dell’esperienza individuale.
Il film assume spesso le forme di un western contemporaneo ambientato nelle terre di confine dell’Europa orientale. Come nelle grandi narrazioni della frontiera, il territorio appare come una terra di nessuno in cui le istituzioni hanno perso autorità e la sopravvivenza dipende sempre più dalla forza e dalla capacità di adattamento. Tuttavia, a differenza del mito western classico, qui il nemico non è la natura selvaggia ma l’uomo stesso, responsabile della distruzione sistematica di ciò che potrebbe prosperare e vivere in pace. Ultimi dieci minuti da storia del cinema, ma anche prima è tanta roba.

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