
L’horror è il genere cinematografico in cui la distanza qualitativa tra i prodotti americani, realizzati da e per un pubblico di decerebrati, e quelli del resto del mondo è più evidente. Siderale, in questo caso.
Campionissimo d’incassi in patria, Exhuma racconta la storia di un variegato team (sciamana e relativo assistente, geomante e impresario di pompe funebri) alle prese con una ricca famiglia di Los Angeles di origini coreane perseguitata da terrificanti eventi paranormali. Se la prima metà del film è affascinante (la rappresentazione dei rituali è pazzesca) ma convenzionale (con valori produttivi eccelsi, chiaro), nella seconda il film esplode, contaminando il plot con elementi storico-politici di enorme interesse. Uno degli aspetti più interessanti di Exhuma è la sua natura bifronte. La prima metà sembra svilupparsi come un classico racconto di fantasmi e maledizioni ancestrali, mentre la seconda compie una deviazione inattesa che amplia enormemente l’orizzonte del film. Senza rivelarne i dettagli, ciò che emerge progressivamente è un orrore che non appartiene soltanto al soprannaturale, ma anche alla storia collettiva e alle ferite lasciate dall’occupazione giapponese e dalla divisione della penisola coreana.
Più che sull’accumulo di jump scare, Exhuma punta sulla stratificazione. Ogni scoperta conduce a un’altra sepoltura, ogni mistero nasconde un livello più profondo, in una struttura narrativa che procede per successive riesumazioni. Il titolo stesso diventa così una dichiarazione poetica: dissotterrare i morti significa riportare alla luce non soltanto gli spiriti, ma anche i traumi nazionali, le eredità familiari e le ombre della memoria.Finale compiuto e inquietantissimo. Sublime il cast, guidato dal leggendario Choi Min-sik (l’indimenticabile Oh Dae-Su di Old Boy).