
Una ragazza afgana, emigrata in America, lavora come “scrittrice” dei bigliettini presenti nei biscotti della fortuna in un ristorante cinese e aspetta il grande (?) amore…
Piccolo film dal grande cuore, che richiama il cinema di Jarmusch (Paterson in particolare), esistenzialista e pensoso, lento e malinconico ma anche capace di far sorridere (le, a loro modo esilaranti, sessioni dallo psicologo fissato con Zanna Bianca). La grande qualità di Fremont consiste nel rifiuto di trasformare l’esilio in spettacolo o in tragedia esibita. Donya non viene definita dal trauma, ma dal suo desiderio di ricominciare. È una donna ironica, intelligente, impacciata e profondamente umana. L’interpretazione di Anaita Wali Zada, al suo esordio cinematografico, possiede una naturalezza disarmante: basta uno sguardo o un lieve sorriso per rendere tangibile il peso di una vita sospesa tra passato e futuro. Fremont è un film che parla di sradicamento, ma anche della possibilità di affidare al caso una nuova occasione. I biscotti della fortuna, con i loro messaggi anonimi, diventano simboli di una speranza fragile ma ostinata. E quando Donya decide di inserire in uno di essi un messaggio personale, «Desperate for a dream», con tanto di nome e numero di telefono, compie un gesto minuscolo ma rivoluzionario: smette di aspettare che la vita accada e prova finalmente a chiamarla. Con la sua ironia sommessa, il suo umanesimo mai retorico e la sua capacità di trovare poesia nelle cose più ordinarie, Fremont è una delle opere più delicate e commoventi degli ultimi anni. Un piccolo film che, come i suoi personaggi, non alza mai la voce ma riesce comunque a farsi ascoltare a lungo, anche dopo che lo schermo è tornato nero.