POMPOKO

Ennesimo capolavoro di Takahata, il film più “politico” in assoluto mai firmato da Studio Ghibli, anticapitalista e ultrambientalista, una satira sociale raffinata e straordinariamente efficace (e attuale). I soffici tanuki, che se le inventano tutte per salvare la loro amata foresta, fino a “diventare” umani, grazie alla magia, lasciano il segno.
Sotto l’apparenza giocosa dei tanuki — creature del folklore giapponese, capaci di trasformarsi — il film costruisce una riflessione aspra sulla modernizzazione del Giappone nell’era Era Heisei. La crescita urbana, la cementificazione e l’espansione economica cancellano progressivamente ogni spazio naturale, costringendo i tanuki a una lotta disperata per la sopravvivenza. Non è solo un conflitto ecologico, ma anche culturale: ciò che scompare è un intero immaginario, un modo di abitare il mondo.
Il cuore del film sta proprio in questa ambivalenza. Da un lato, Takahata mette in scena una ribellione collettiva, con richiami impliciti alle proteste sociali e ai movimenti politici del Giappone contemporaneo; dall’altro, suggerisce fin dall’inizio l’inevitabilità della sconfitta. I tanuki, con la loro vitalità festosa e ingenua, non possono competere con la razionalità distruttiva dell’uomo. La loro capacità di trasformarsi — arma simbolica e narrativa — si rivela insufficiente contro un sistema che ha già interiorizzato l’illusione e la spettacolarizzazione.
Il film oscilla continuamente tra registri: comico, grottesco, tragico. Questa pluralità non è decorativa, ma riflette la complessità del tema. Le sequenze più fantasiose, come la grande parata degli spiriti, non rappresentano una via di fuga, ma l’ultimo tentativo di opporre immaginazione a una realtà ormai impermeabile. Anche l’illusione, nel mondo contemporaneo, è stata svuotata della sua forza sovversiva.
In questo senso, Pom Poko è insieme un canto di resistenza e un’elegia. Non c’è nostalgia regressiva né idealizzazione del passato, ma la consapevolezza di una frattura irreversibile tra uomo e natura, tra modernità e tradizione. I tanuki possono sopravvivere solo come immagine, come simbolo addomesticato, privato della sua dimensione vitale.
Resta una traccia di speranza, ma è fragile, quasi onirica: la possibilità di un ritorno, di una riconciliazione. Tuttavia, come spesso accade nel cinema di Takahata, il sogno e la realtà non coincidono. Il primo offre ancora uno spazio di libertà; la seconda impone il confronto con una perdita già compiuta.
Takahata sa che non c’è sconfitta nel cuore chi lotta e anche se la fine è prossima, c’è sempre spazio per un mondo “altro”, ben rappresentato dalla incredibile sequenza della parata degli spettri (poi ripresa e citata da un altro genio dell’animazione, Satoshi Kon, in Paprika).

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