
Ennesimo centro del Maestro, che stavolta guarda al cinema di David Lynch, Fellini e del collega Takahata: i tempi degli Eroi e del Mito, della speranza verso un futuro migliore, di Nausicaa, Totoro e Laputa sono finiti, addio linee morbide e armoniose, addio moniti pacifisti e ambientalisti, il futuro è diventato presente ed è terribile.
Ecco, quindi, un “sequel” concettuale di Si Alza il Vento, con il passaggio sullo sfondo dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale, un coming-of-age mascherato da fantasy denso, stratificato, ricchissimo di metafore e concetti, intimista, crepuscolare e autobiografico (il “mondo magico” destinato a scomparire senza un successore è ovviamente Studio Ghibli).
Mirabile mix di forma e contenuto, tecnicamente enorme e citazionista (la sequenza col ragazzo che si precipita verso il fuoco richiama quella della folle corsa della protagonista ne La storia della principessa splendente di Isao Takahata), Il Ragazzo e l’Airone è senz’altro la sua opera più matura e pessimista (e la colonna sonora dimessa e minimalista di Hisaishi in questo senso è coerente col contesto): basta con le favole, i voli e le utopie, ora bisogna affrontare le perdite, i fantasmi, gli orrori e il vuoto spettrale di stanze abbandonate. Alla fine, però, ciò che rimane davvero impresso non sono le creature fantastiche né le meraviglie visive. Rimane quella stanza vuota. Rimane la consapevolezza che ogni mondo, anche il più straordinario, è destinato a essere lasciato indietro. Il ragazzo e l’airone non è soltanto un racconto di formazione o un’avventura fantastica: è una meditazione sulla successione, sull’eredità e sull’impossibilità di trovare un sostituto perfetto. Miyazaki sembra accettare che alcune opere, alcuni luoghi e alcune persone siano irripetibili Ed è proprio per questo che il film appare così commovente. Non perché annunci una fine definitiva, ma perché riconosce con lucidità che tutto ciò che amiamo è destinato, prima o poi, a diventare una stanza vuota che continuiamo a ricordare.