
Una donna giordana, in seguito alla morte del marito, si trova a dover affrontare i problemi conseguenti al suo decesso…
Candidato all’Oscar 2024 per la Giordania, è il clamoroso debutto del regista Amjad Al Rasheed, che racconta con sensibilità e una manicale attenzione ai dettagli, il calvario di una donna che cerca di barcamenarsi tra mille figure che, se a parole esprimono la volontà di darle aiuto e conforto, dall’altro cercano di fregarla o condizionarla in ogni modo, con la religione e le sue liturgie a completare il quadro. Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui evita semplificazioni. Gli uomini che popolano la vita di Nawal non sono tutti mostri né caricature. Il fratello, il collega Hassan e perfino alcune figure istituzionali mostrano momenti di sincera comprensione. Tuttavia il film evidenzia come il paternalismo possa assumere forme molto diverse e come anche gli atteggiamenti apparentemente protettivi nascondano spesso una visione della donna come soggetto subordinato. Allo stesso modo, le altre donne incontrate da Nawal non rappresentano automaticamente un fronte solidale. Alcune accettano e riproducono le stesse logiche oppressive che le danneggiano. Altre, come Lauren, tentano di emanciparsi ma restano intrappolate in dipendenze economiche o familiari. Ne emerge un quadro complesso, nel quale la questione femminile non è soltanto uno scontro tra uomini e donne, ma un intreccio di tradizioni, convenzioni sociali e rapporti di potere. Lo script, a sei mani (le altre quattro sono femminili e si vede), non scade mai nel manicheismo e funziona dal primo all’ultimo minuto, pazzesca la performance della bravissima Mouna Hawa, indimenticabile protagonista. Un’opera politica nel senso più profondo del termine, perché mostra come le grandi questioni sociali si manifestino nelle scelte quotidiane, negli spazi domestici e nelle relazioni più intime.
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