LA ZONA DI INTERESSE (THE ZONE OF INTEREST)

1943, Auschwitz: la numerosa famiglia di un gerarca nazista vive tranquilla le sue giornate in una lussuosa villa con ampio giardino a un passo dal campo di concentramento. Ma le sorti della guerra stanno per cambiare…
Eccezionale. Davvero eccezionale. Il miglior film di Glazer e uno dei più efficaci di sempre nel raccontare l’ordinarietà del Male. Visivamente, sembra un film di Wes Anderson: inquadrature fisse, carrellate laterali, colori vividi e contrastati. Lo stile però in questo caso è totalmente funzionale al racconto: le geometrie perfette e la distanza della macchina da presa raccontano meglio di ogni dialogo la gelida efficienza nazista, un’organizzazione puntuale e precisa nella sua operazione di sterminio (che non vediamo ma “ascoltiamo” in sottofondo, con urla e spari che si sovrappongono alla colonna sonora “atonale” di Mica Levi) ma che, col passare del tempo, mostra le prime crepe. Il film non racconta tanto il genocidio quanto la normalizzazione del genocidio. Glazer non cerca di mostrare mostri, ma persone ordinarie perfettamente integrate nella macchina dello sterminio. Rudolf Höss appare come un diligente burocrate impegnato a ottimizzare processi produttivi e logistiche industriali. Hedwig, interpretata magnificamente da Sandra Hüller, vive invece il proprio ruolo come un trionfo sociale: si compiace della villa, del giardino e degli abiti sottratti agli ebrei deportati, godendo dei privilegi garantiti dalla posizione del marito. La banalità del male, concetto elaborato da Hannah Arendt, trova qui una delle sue rappresentazioni cinematografiche più rigorose e inquietanti. Nessuno urla. Nessuno si presenta come un demone. Tutto avviene all’interno di una normalità amministrativa e familiare che rende ancora più insopportabile ciò che lo spettatore sa stare accadendo fuori campo.
La regia di Glazer è glaciale e controllata. Le inquadrature fisse e distanti ricordano talvolta una sorveglianza invisibile. I personaggi vengono osservati senza enfasi psicologica, quasi come cavie all’interno di un esperimento morale. Questo approccio impedisce qualsiasi forma di immedesimazione rassicurante e costringe il pubblico a confrontarsi con una domanda scomoda: quanto può essere sottile il confine tra normalità e barbarie? Almeno una mezza dozzina di sequenze memorabili, a cominciare dal clamoroso flashforward del prefinale. Più che un film sull’Olocausto, La zona d’interesse è una riflessione sulla capacità umana di convivere con l’orrore ignorandolo deliberatamente. Glazer non guarda al passato come a qualcosa di concluso e distante, ma come a una possibilità sempre presente nelle società moderne quando l’indifferenza sostituisce la responsabilità morale. Cast impeccabile e funzionale alla causa, con Sandra Hüller che stavolta lavora di sottrazione e quasi scompare (che anno per lei!). Premio Oscar come miglior film internazionale assolutamente meritato, nonostante l’incredibile concorrenza.

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