
Che dire? Uno di quei film che saltano fuori ogni vent’anni e dove tutto e tutti funzionano alla perfezione. Non stupisce constatare, trent’anni dopo, che nessuno dei coinvolti, tra regista e attori, sia stato più in grado di avvicinarsi a quel livello. A più di trent’anni dalla sua uscita, L’odio conserva una forza politica e cinematografica che pochi film europei degli anni Novanta possono vantare. L’opera che ha consacrato Mathieu Kassovitz resta infatti non soltanto il ritratto di una generazione abbandonata ai margini della società francese, ma anche una riflessione lucidissima sui meccanismi della violenza, dell’esclusione e dell’inevitabilità dello scontro sociale. La straordinaria intuizione del regista consiste nel condensare tutto questo in ventiquattro ore di vita quotidiana, seguendo tre ragazzi che incarnano differenti modi di reagire alla marginalità. Vinz, Hubert e Saïd non sono simboli astratti ma esseri umani complessi, attraversati da rabbia, ironia, paura e desiderio di riscatto. La forza del film nasce proprio dall’equilibrio tra dimensione sociale e costruzione dei personaggi: Kassovitz non riduce mai i suoi protagonisti a semplici portavoce di un discorso politico.Ma ciò che rende L’odio un film ancora attuale è soprattutto la sua struttura tragica. La celebre metafora dell’uomo che precipita da un palazzo e continua a ripetersi «fino a qui tutto bene» non parla soltanto della Francia degli anni Novanta. Parla di ogni società che ignora le proprie fratture interne e preferisce rimandare il momento della resa dei conti. Il problema, suggerisce Kassovitz, non è la caduta ma l’atterraggio. Visione imprescindibile e gran spettacolo il 4K.
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