RAPITO

Con Rapito, Marco Bellocchio torna a confrontarsi con uno dei temi centrali della sua filmografia: il rapporto tra individuo e potere. Ispirato alla vicenda reale di Edgardo Mortara, il film racconta il rapimento del giovane ebreo bolognese da parte dello Stato Pontificio nel 1858, dopo che una domestica lo aveva battezzato in segreto durante una malattia infantile. Da quel momento il bambino viene sottratto alla famiglia e cresciuto sotto la tutela della Chiesa cattolica. Più che una semplice ricostruzione storica, Rapito diventa una riflessione sulla privazione della libertà e sulla capacità delle istituzioni di modellare le coscienze. Bellocchio non si concentra soltanto sulla violenza fisica del sequestro, ma soprattutto sulla colonizzazione psicologica operata dal potere religioso. Edgardo viene privato progressivamente non solo della propria famiglia, ma anche della possibilità di costruire una propria identità autonoma. Come già accadeva in opere quali Buongiorno, notte, Vincere ed Esterno notte, Bellocchio osserva il potere come una forza capace di trasformare il desiderio individuale in obbedienza, sacrificando affetti e libertà in nome di un principio superiore. Il caso Mortara diventa così l’ennesima declinazione di un’ossessione che attraversa tutta la sua filmografia: la collisione tra sfera privata e autorità istituzionale. Uno degli aspetti più interessanti del film riguarda la rappresentazione di Pio IX, interpretato da Paolo Pierobon. Il pontefice viene mostrato come una figura ambigua, capace di alternare sarcasmo, autoritarismo e fragilità. Convinto di agire per il bene del bambino, appare progressivamente intrappolato nelle stesse contraddizioni del sistema che rappresenta, simbolo di un potere incapace di distinguere la fede dalla propria dimensione politica e temporale. Il film insiste molto sul tema della protezione negata. Edgardo cerca continuamente un rifugio: tra le gonne della madre che tenta di nasconderlo alle guardie pontificie, sotto le coperte del collegio religioso dove continua a recitare in segreto le preghiere ebraiche, fino agli incubi dell’età adulta. Ogni tentativo di trovare sicurezza si rivela però destinato al fallimento, trasformando la sua esistenza in una ricerca impossibile di appartenenza e conforto. Particolarmente significativa è anche la riflessione sul rito religioso. Bellocchio mette spesso in parallelo pratiche cattoliche ed ebraiche, evidenziando come ogni forma rituale possa trasformarsi in strumento di controllo quando perde il contatto con la dimensione umana. La religione non viene attaccata in sé, ma nelle sue derive dogmatiche e coercitive, quando diventa giustificazione dell’abuso e della sopraffazione. Sul piano visivo, Rapito conferma la straordinaria maturità del regista. La messa in scena alterna momenti di rigorosa ricostruzione storica a improvvise aperture oniriche, in cui sogni, ricordi e fantasie assumono un ruolo fondamentale nella costruzione del racconto. Bellocchio continua così a utilizzare il linguaggio del sogno come spazio privilegiato per rivelare verità che la realtà non riesce a esprimere apertamente. Molto intensa è anche la rappresentazione della famiglia Mortara. Le interpretazioni di Fausto Russo Alesi e Barbara Ronchi restituiscono tutta la disperazione di due genitori impotenti di fronte a una violenza legalizzata e giustificata dall’autorità religiosa e politica. Il loro dolore diventa il cuore emotivo del film, impedendo alla vicenda di trasformarsi in una semplice lezione di storia. Rapito è un’opera potente e profondamente politica, ma anche uno dei film più emotivamente coinvolgenti di Bellocchio. Attraverso la storia di Edgardo Mortara, il regista riflette ancora una volta sulle forme del potere, sull’indottrinamento e sulla fragilità dell’identità individuale. Un racconto doloroso e appassionato che trasforma una vicenda ottocentesca in una riflessione universale sulla libertà, sull’appartenenza e sulle ferite che certi traumi possono lasciare per tutta la vita.

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