SUZUME

La protagonista Suzume, diciassettenne orfana che vive con la zia, incontra Sōta, misterioso ragazzo incaricato di chiudere misteriose porte sparse per il Giappone. Da queste aperture emerge un gigantesco “verme” soprannaturale capace di provocare terremoti devastanti. Dietro la fantasia shintoista, il riferimento è chiarissimo: il trauma collettivo del terremoto e dello tsunami del Tōhoku del 2011, con tutto il peso emotivo lasciato dalla tragedia di Fukushima. Shinkai costruisce così un road movie spirituale in cui il Giappone appare disseminato di luoghi abbandonati, rovine, stazioni vuote, città fantasma divorate dal declino demografico e dai ricordi.Visivamente il film è pazzesco per livello tecnico. La luce attraversa ogni inquadratura come se fosse viva: pioggia illuminata dall’interno, nuvole stratificate, tramonti arancioni quasi irreali, vento che piega i campi e invade spazi deserti. Shinkai, a ben vedere, gira quasi sempre lo stesso film, ma lo fa con una sincerità quasi disarmante. Il romanticismo cosmico, l’idea che le emozioni adolescenziali possano avere la stessa importanza di cataclismi naturali e traumi storici, non viene mai trattata con ironia o distacco. Suzume è caotico, sbilanciato, narrativamente pieno di problemi, ma è anche uno di quei film impossibili da confondere con qualcos’altro. Un’opera che alterna momenti di enorme bellezza a scelte quasi incomprensibili, e che proprio per questo finisce per apparire profondamente personale.

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