
Un adolescente più intelligente della media, figlio di madre analfabeta e alcolizzata, si trova a dover studiare per un esame che gli cambierebbe la vita e occuparsi dei fratelli, in un ambiente povero e miserabile…
Film dalla Mongolia: pochi ma buoni, anzi ottimi.
Dopo il meraviglioso L’ultima luna di settembre, che si focalizzava sulla vita nelle steppe ed il rapporto tra un adulto e un ragazzo, stavolta si racconta una storia di emancipazione cercata e ottenuta a fronte di innumerevoli problemi. Il film costruisce gran parte della propria forza narrativa sul contrasto tra il talento del protagonista e il contesto in cui è costretto a vivere. Ulzii eccelle nelle discipline scientifiche, domina formule e problemi complessi, ma ogni giorno deve affrontare questioni molto più elementari: procurarsi il cibo, trovare combustibile per riscaldare la yurta, badare ai fratelli più piccoli. È una contraddizione che attraversa l’intero racconto. Da un lato il sapere astratto della scienza, dall’altro la concretezza brutale della sopravvivenza. Un paio di sequenze da antologia (quella coi servizi sociali in primis) e una pragmatica e deprimente descrizione del presente (nella tradizionale yurta si muore di freddo e la capitale, simbolo della urbanizzazione selvaggia, è anonima e inquinata), permettono al film di trasformarsi in un pamphlet politico/sociale di grande efficacia. Grandiosi gli interpreti, ottima la regia della brava Zoljargal Purevdash, altra autrice “lontana” da tenere d’occhio. Candidato dalla Mongolia come miglior film internazionale agli Oscar 2025.