THE OLD OAK

Finisce in gloria la scintillante carriera di Ken Loach, splendido ottantasettenne, sempre in prima linea, coerente, militante, sincero, dalla parte degli ultimi, che ci regala con The Old Oak il suo ultimo gioiello. Un film forse banale nella trama (l’arrivo di un gruppo di rifugiati siriani crea il caos in una piccola comunità mineraria, anch’essa alle prese con mille problemi) e prevedibile, retorico e didascalico nello svolgimento, ma genuinamente “resistente”. I temi sono i soliti, anche perché irrisolti (e forse non risolvibili), la novità è il focus sulla fotografia e la sua importanza nel descrivere la storia di comunità e persone; la certezza è la solidarietà come unico mezzo per sperare di avere un futuro. Sul piano formale, The Old Oak conferma la coerenza del cinema di Loach. La regia rifiuta qualsiasi estetizzazione del conflitto sociale: fotografia naturale, interpretazioni spesso affidate a non professionisti, dialoghi essenziali e una messa in scena priva di ironia o compiacimento stilistico. È un cinema che continua a credere nella trasparenza del racconto e nella possibilità che il realismo possa ancora essere uno strumento politico. Il mondo come dovrebbe essere insomma, ma che ovviamente non è. Per questo The Old Oak può essere letto come un vero e proprio testamento artistico. Non è il film più complesso né il più innovativo della sua carriera, ma forse è quello che sintetizza con maggiore chiarezza la sua visione del mondo: una fede ostinata nella dignità delle persone comuni e nella possibilità che l’empatia prevalga sulla paura. Se davvero dovesse essere l’ultimo film di Loach, rappresenterebbe una conclusione perfettamente coerente con oltre mezzo secolo di cinema militante e umanista.

Lascia un commento