
Mai, mai, mai banale il cinema di Paul Schrader, classe 1946, che dopo un trittico potente e romantico (First Reformed, Il collezionista di carte, Il maestro giardiniere) si e ci chiede quante bugie una persona può sopportare di dire in vita, prima di esserne travolto. Del resto, cosa sanno le persone degli altri? Solo quello che dicono e viene dato per buono. La vita del protagonista, ispirata a quella di un vero filmaker, è la storia di fedifrago mentitore, capace di mollare moglie e figli e cambiare il suo passato per renderlo più accattivante e “spendibile”. Schrader ragiona sulla finzione dell’immagine, sul contrasto stridente tra la realtà reale, quella inventata ed il mezzo stesso del cinema e del documentario (che dovrebbe mostrare il reale, attraverso modalità che però possono essere artefatte) e sul rapporto tra Arte e Vita, per taluni scindibili, per altri molto meno. Il regista mischia le carte, affascina con una messa in scena volutamente caotica, alternando tempi e luoghi diversi, tant’è che alla fine resta il dubbio se la “confessione” sia effettivamente reale o immaginata da malato terminale. Gere, tornato a lavorare con Schrader dai tempi di American Gigolo (il Tempo è implacabile, eh?), firma una delle miglior performance della sua carriera, convince meno Jacob Elordi, qui francamente fuori ruolo (e ci vuole davvero un bello sforzo per pensarlo come Gere da giovane), intensa Uma Thurman.