
Ne Il collezionista di carte, Paul Schrader torna a confrontarsi con alcuni dei temi che attraversano da sempre il suo cinema: il peso delle colpe passate, la ricerca dell’espiazione, il rapporto tra destino e libero arbitrio, la possibilità della redenzione. Attraverso la figura di un giocatore professionista, il regista costruisce un racconto che utilizza il mondo del gioco d’azzardo come metafora di una riflessione morale e spirituale molto più ampia. Protagonista della storia è Will Tell, ex militare ed ex detenuto che conduce un’esistenza metodica e quasi ascetica tra casinò e motel anonimi. Uomo schivo e ossessionato dal controllo, cerca di cancellare ogni traccia del proprio passaggio attraverso rituali quotidiani che riflettono il suo bisogno di ordine e distacco. Dietro questa apparente disciplina si nasconde però un trauma profondo, legato al suo passato nell’esercito e a responsabilità che non è mai riuscito a superare. Il film intreccia continuamente il gioco e la filosofia. Le riflessioni di Will, influenzate dalle letture di Marco Aurelio e dallo stoicismo, trasformano le regole del blackjack, del poker e delle scommesse in strumenti per interrogarsi sul rapporto tra causa ed effetto, sulla prevedibilità degli eventi e sull’impossibilità di sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni. Ogni gioco rappresenta una diversa visione del controllo e del destino, contribuendo a definire il percorso interiore del protagonista. A modificare la routine di Will intervengono due figure: La Linda, intermediaria che vede in lui un potenziale campione del poker professionistico, e Cirk, giovane tormentato legato al passato militare dell’uomo. Attraverso questi incontri, il film abbandona progressivamente la dimensione del racconto sul gioco per trasformarsi in una meditazione sulla colpa, sulla vendetta e sulla necessità di affrontare direttamente ciò che si è stati. Schrader evita deliberatamente la rappresentazione glamour del gioco d’azzardo. Per Will le carte non sono una forma di arricchimento o di evasione, ma uno strumento di riflessione, quasi un rituale psicologico. L’attenzione del film si concentra invece sulle ferite lasciate dalla guerra, sulle responsabilità individuali e collettive e sulla difficoltà di separare la colpa personale da quella di un intero sistema. Pur concedendosi qualche momento più dilatato, il film si configura come un rigoroso percorso di introspezione. Al centro rimane la convinzione, tipica del cinema di Schrader, che la redenzione non possa essere ottenuta attraverso scorciatoie o deleghe: ogni individuo è chiamato a confrontarsi personalmente con i propri errori e ad attraversare una forma di sofferenza necessaria prima di poter aspirare a una possibile rinascita. Il finale, coerente con questa visione, chiude il racconto riportando in scena uno dei motivi più ricorrenti dell’opera del regista e offrendo una conclusione intensa e profondamente simbolica.
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