SUICIDE CLUB

Sion Sono aveva capito come sarebbe finita coi social, prima che i social stessi fossero pensati e realizzati. Suicide Club si apre come un’ordinaria sinfonia urbana: immagini quasi documentarie della notte di Tokyo, corpi che scorrono tra treni e banchine, immerse in un ritmo musicale sorprendentemente vivace. Ma l’illusione dura un istante appena. In una cesura brutale, la quotidianità si lacera: cinquantaquattro adolescenti si gettano all’unisono sotto un treno in corsa, trasformando l’osservazione realistica in un’esplosione di orrore viscerale. È un inizio che non concede appigli, dichiarazione immediata del cinema di Sion Sono, qui al primo vero compimento dopo anni di sperimentazioni irregolari. I personaggi – poliziotti, hacker, testimoni – sembrano appartenere ciascuno a un film diverso, come se l’opera rifiutasse deliberatamente ogni unità prospettica. Ognuno costruisce una propria interpretazione degli eventi: chi scivola nel soprannaturale, chi in una deriva criminale quasi caricaturale, chi ancora in un dramma domestico incapace di conciliarsi con l’orrore circostante. Questa moltiplicazione di sguardi non conduce a una verità, ma a un vuoto: una delle intuizioni più perturbanti del film è proprio l’impossibilità di ricondurre il fenomeno a una causa univoca. La sequenza più sconvolgente, significativamente, è anche la più slegata dal presunto mistero: un suicidio collettivo imitativo, privo di regia occulta, generato unicamente da un effetto di contagio sociale. È qui che il film rivela la propria natura più lucida e inquietante: non un thriller da risolvere, ma una diagnosi dell’epoca (presente e futura). Sono costruisce così un’opera volutamente disarticolata, che rifiuta la coerenza narrativa tradizionale per aderire a una forma più aderente al presente: un mondo in cui il virtuale si materializza, il simbolico diventa contagioso e la cultura pop oscilla tra promessa di salvezza e impulso distruttivo. Più che raccontare una storia, Suicide Club intercetta un clima, un’ansia diffusa, restituendola sotto forma di cinema febbrile, instabile, profondamente perturbante.

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