
Una donna divorziata, una Vicky Krieps magnetica e instabile, confessa all’ex marito di frequentare altre donne, dando vita ad una serie di conseguenze catastrofiche. Quando il conflitto per l’affidamento del figlio esplode, il film non costruisce un classico dramma giudiziario, ma un lento processo di cancellazione. L’amore materno, anziché essere un dato, diventa un oggetto da misurare, controllare, sospendere. Ogni gesto di Clémence viene filtrato da relazioni, protocolli, perizie: la realtà non conta più per ciò che è, ma per come viene verbalizzata. Il dispositivo è chiaro e spietato: seguire sempre e solo lei. Questo produce una forza immediata, perché lo spettatore resta incollato a una soggettività che non viene mai normalizzata. Clémence non è un modello: è incoerente, eccessiva, a tratti autodistruttiva. Ma è proprio questa opacità a diventare politica. Il film rifiuta l’idea che una madre debba essere leggibile, composta, sacrificabile.
La scelta registica, però, ha un costo. Restando così aderente alla protagonista, il film sacrifica quasi del tutto il controcampo. Il marito – interpretato da Antoine Reinartz – emerge come figura sempre più tossica, ma raramente comprensibile. Non tanto perché serva giustificarlo, quanto perché la sua radicalità resta a tratti astratta, priva di un vero spazio di confronto. Un film imperfetto, quindi, che sfugge al controllo della propria forma. Ma è proprio in questa instabilità che trova la sua necessità.